Una finestra nuova, per tutti, aperta sulla strada, sul mondo, ... lontana dai poteri, vicina alla gente, ... curiosa, rispettosa, amica, ... aperta allo scambio, alla battuta, al saluto, alla discussione, alla polemica, ...incline alla pace, ... ansiosa di verità, ...anche provocatoria se necessario, ... puntuale, ... intrigante, ... attesa, ............
da Nairobi - Lunedì 16 Marzo 2009
 

NAIROBI: IN PERICOLO LA VITA DELLA GIORNALISTA ITALIANA GABRIELLA PASQUALI CARLIZZI E DEI SUOI COLLABORATORI ELISA ANTONELLI E MATTEO MANTOVANI.

LA GRAVISSIMA SITUAZIONE SI E' DETERMINATA QUANDO GABRIELLA CARLIZZI IMPEGNATA IN UN' INCHIESTA TESA A SMACHERARE IN KENYA IL “BUSINESS DELLA POVERTA'” SI E' IMBATTUTA NELLE VICENDA VERGOGNOSA E DRAMMATICA CHE QUI DI SEGUITO RACCONTIAMO.
ATTUALMENTE LA GIORNALISTA ED I SUOI COLLABORATORI, IL CUI RIENTRO IN ITALIA E' PREVISTO PER I PROSSIMI GIORNI, SONO PROTETTI DA FIGURE AUTOREVOLI DELLA SICUREZZA LOCALE IN QUANTO “MINACCIATI” DA APPARTENENTI ALLE DUE TRIBU' AVVERSARIE GIA' PROTAGONISTE DEL MASSACRO AVVENUTO DUE ANNI FA IN KENYA.

NAIROBI
(Nostro servizio)

Quanto stiamo per narrarvi responsabilmente può apparire una delle tante leggende africane che hanno alimentato nel tempo la fantasia degli amanti dell'avventura, con storie di tribù e quanto altro potrebbe far parte ormai di antiche tradizioni ben lontane dai tempi attuali.

Almeno questo sarebbe apparso anche a noi se non lo stessimo vivendo sulle nostre spalle.
Già nello scorso mese di febbraio 2009 Gabriella Carlizzi, anche nella vesta di Presidente dell'Associazione Onlus Opera “Padre Gabriele”, volle recarsi a Nairobi al fine di individuare realtà di emarginazione e miseria che vedono come protagonisti e vittime milioni di bambini africani. L'intenzione della giornalista era appunto quella di fornire aiuti e sostegni di vario genere ai bambini orfani, in particolare quelli cui sono venuti a mancare i genitori morti a causa del virus HIV.

Giunta per tanto a Nairobi con i suoi collaboratori, alloggiando nell'hotel più storico al centro della città, manifestava questo suo interesse ad un manager dell'albergo affinché costui le presentasse un'autista di fiducia e bene informato su questa particolare realtà.

Fu così che alla giornalista fu presentato tale George O. ,e salita sull'auto con la segretaria Elisa Antonelli e con il fotoreporter Matteo Mantovani, venivano accompagnati in una piccola scuola per orfanelli situata nella località di Dandora.

Giunti sul posto, in una situazione di evidente e reale degrado, George dopo aver salutato gli insegnanti volontari presentava Gabriella Carlizzi come colei che intendeva conoscere le necessità più impellenti di questi bambini, al fine di fornire come Presidente dell'Associazione Onlus aiuti mirati, e capaci di risolvere, almeno in parte, il dramma di quell' infanzia.

Gli insegnati, la direttrice Mss. Rose W.K. ed il Pastore protestante Cristopher N.O., si dimostravano subito disponibili, concedendo ai tre italiani di riprendere con la telecamera l'interno della “scuoletta” denominata “R. Community Center”, luogo davvero angusto, male odorante privo di ogni requisito igienico, perfino senza l'elettricità, essendo così costretti i bambini ad arrangiarsi con la pochissima luce che dall'esterno filtrava attraverso qualche buco ricavato dalle pareti fatte di mattone grezzo impastato con fango e sterco.

I responsabili della “scuola” riferivano che affluivano in questo Centro circa 115 bambini dai 3 ai 15 anni, tutti orfani ed abbandonati, al punto che molti di loro dormivano per la strada, alcuni si rifugiavano presso qualche lontano parente, altri, i più piccini, li ospitavano per la notte gli insegnanti volontari presso le loro case.

L'emergenza più impellente, a dire dei volontari, era per queste creature il cibo e la luce elettrica.

Molti infatti rimanevano completamente digiuni, accontentandosi di qualche avanzo che la gente del quartiere portava loro nell'intervallo del pranzo, cessando l'orario scolastico alle 16.30.

Le immagini riprese con la nostra telecamera mostravano una realtà a dir poco drammatica e densa di pericoli per questi bimbi, i quali non esitavano a raccogliere tra la terra e il fango qualcosa da mettere in bocca, spesso giocando con pezzi di vetro o ferro arrugginito recuperato dalla spazzatura circostante la cosiddetta “scuola”.

La direttrice ci teneva paradossalmente a mostrare alla giornalista il documento di autorizzazione all' insegnamento in quel luogo rilasciato dall'amministrazione competente, unitamente ad un altro documento, a firma del Pastore Erastus M., attestante le lodevoli referenze di questa donna, definita “un vero dono di Dio”, dedita a tempo pieno agli orfanelli di Nairobi.

Come rimanere insensibili di fronte a scene reali che seppure siamo abituati a vedere in tv nelle tante immagini di repertorio, scuotono in ben altro modo la coscienza di chi ha l'occasione di vederle da vicino?

Gabriella Carlizzi, informato il consiglio direttivo della Onlus dalla stessa presieduta, veniva immediatamente autorizzata a sottoscrivere un accordo di adozione a distanza da parte dell'Opera “Padre Gabriele” a favore dell'intera comunità di quei bambini e dei loro stessi insegnanti volontari, anch'essi a loro dire, tutti orfani.

In quei giorni più volte i tre italiani si recarono presso la “scuoletta” di Dandora con l'auto piena di rifornimenti di cibo e di tutto il materiale didattico necessario all'insegnamento e di cui apparivano completamente privi.

L'accordo di adozione a distanza veniva firmato, oltre che dalla giornalista anche della stessa direttrice Mss. Rose W.K. , e prevedeva l'impegno alla cura dei bambini, l'immediata installazione di un impianto elettrico, l'eventuale acquisto da parte della Onlus dei terreni circostanti il piccolo edificio in modo da realizzare una struttura che comprendesse un dormitorio e una mensa, nonché la apposizione della targa sulla facciata esterna della “scuoletta” che, in quanto adottata, si sarebbe chiamata da quel momento in poi: “School of Padre Gabriele”.

Inoltre furono concordati anche i colori di una divisa per questi bimbi vestiti di stracci, divise che sarebbero state confezionate a Roma dall'addetta alla sartoria dell'Associazione Onlus.

Gabriella Carlizzi chiese pertanto di incontrare l'operaio che avrebbe immediatamente iniziato i lavori per l'impianto elettrico, e dopo che questi le presentò un preventivo la giornalista lasciò nelle mani della direttrice una consistente somma in dollari quale acconto del programma dei lavori che sarebbero stati saldati in sede di collaudo.

Il 10 Febbraio 2009 nel corso di una cerimonia di ringraziamento organizzata dagli insegnanti volontari per la generosa associazione umanitaria, veniva apposta sull'angusto edificio la targa “School of Opera Padre Gabriele”, in un clima di commozione generale e di gioia che vide improvvisamente illuminati gli sguardi senza futuro di tante creature innocenti.

Inutile dire che l'autista George O. era divenuto per la direttrice di questa scuola il “santo mediatore” di tanta Carità, al punto che Gabriella Carlizzi lo nominava corrispondente per l'Associazione Onlus in modo da essere costantemente informata sull'andamento delle iniziative intraprese in Nairobi, e faceva stampare per George anche i biglietti da visita comprovanti tale ruolo.

Rientrati a Roma, la giornalista ed i suoi collaboratori, dopo avere informato l'Ambasciata del Kenya delle attività umanitarie svolte in questa Missione, decidevano di tornare subito a Nairobi essendo stati informati dal corrisponde George O. che vi era la possibilità di acquistare ben quattro terreni circostanti la “scuoletta” di Dandora.

George , con “scrupolosa diligenza”, si era perfino procurato le mappe catastali dei lotti in vendita inviandoli per email alla Presidente della Onlus con i relativi prezzi richiesti dai proprietari.

Il 7 marzo 2009, ospiti del medesimo hotel storico al centro della città, la giornalista e i suoi collaboratori tornavano a Nairobi, pronti a sviluppare ulteriormente il loro progetto.

Giunti presso la scuola, hanno dovuto constatare loro malgrado che con i denari elargiti nulla era stato eseguito di quanto concordato e documentato, bensì la direttrice aveva pensato bene di pitturare le pareti del suo ufficetto lasciando i bambini senza luce e senza il sustentamento necessario..

Chieste le necessarie spiegazioni al corrispondente George, costui si giustificava accusando la direttrice di averlo messo di fronte alle cose già fatte, e di non averci informato via email preferendo illustrarci la situazione di persona.

A sua volta la direttrice accusava George di mentire, affermando che lei prima di utilizzare il denaro da noi consegnatole si era fatta consigliare proprio da George.

Sul posto, di fronte al nostro sconcerto, i toni tra i due assumevano livelli di tensione altissima, come se ciascuno dei due avesse dietro le spalle dei gruppi di fuoco avversari, pronti a difendere ciascuno dei due protagonisti della vicenda in un presumibile scontro violento.

La giornalista, famosa per le sue inchieste tese a smascherare ogni forma di malcostume e corruzione, ha iniziato così ad indagare al fine di capire da chi e per quali motivi l'associazione da lei presieduta era stata di fatto usata.

Ecco così che George confidava all'improvviso ai tre italiani di avere paura di morire.

Alla domanda rivoltagli del perché affermava circostanze tanto gravi, George rivelava circa la sua appartenenza ad un tribù avversaria alla tribù di appartenenza della direttrice Rose.
Spiegava che ancor oggi, quando si determinano situazioni simili a quella in cui siamo venuti a trovarci, ogni tribù difende la persona di appartenenza e tale circostanza determina spesso conflitti cruenti che possono sconfinare in un vero e proprio massacro umano.

La giornalista, ormai convinta di essere in qualche modo “ostaggio” di gruppi avversari e mossi da interessi presumibilmente di denaro ma anche politici, ha ritenuto di informare direttamente un funzionario dell'Ambasciata italiana in Nairobi, nonché il Capo della Sicurezza dell'hotel dove ancora alloggia con i suoi collaboratori.

Costoro, ma anche molte altre persone del posto, nell'apprendere questa sconcertante storia, hanno definito la situazione dei tre italiani estremamente pericolosa per la loro stessa vita, tanto che da qualche giorno si muovono con un'auto di fiducia della Sicurezza, essendo stati consigliati a non girare più con il loro autista ed ex corrispondente Geroge O. .

Due giorni fa, la troupe italiana, accompagnata dal Capo della Sicurezza del loro hotel, si sono recati presso la “scuoletta”, ove sotto i loro occhi hanno trovato in riunione la direttrice con i genitori di tutti i bambini da ella stessa convocati!

Interpellati gli insegnanti, Ms.Rose W.K. E il Pastore Christopher del perché avevano dichiarato falsamente alla giornalista che i bambini erano orfanelli, soli al mondo e privi di qualsiasi sostegno, costoro cercavano, tra mille bugie, di animare contro i tre italiani la rabbia dei genitori, facendo loro credere che ci fossimo recati lì per portare via i bambini.

Il Capo della Sicurezza, che si era dichiarato semplicemente un amico della giornalista, con estrema abilità è riuscito a placare gli animi, spiegando la verità dei fatti, anche perché, prima di questa visita gli avevamo mostrato tutti i documenti relativi all'adozione a distanza degli “orfanelli”, nonché le ricevute delle donazioni di denaro elargite alla direttrice, la corrispondenza intercorsa con Geroge Nairobi-Roma, le bozze di preventivo per i lavori prepagati e mai effettuati e perfino gli scontrini dei supermercati presso i quali era stato fatto rifornimento di ogni genere di necessità per i bambini.

Avevamo documentato anche l'identità anagrafica di ciascun bambino con relativa fotografia, affinché in futuro ogni singolo benefattore della Onlus, avrebbe potuto provvedere agli studi, all'alimentazione, all'educazione secondo le necessità, fino alla maggiore età, del bimbo prescelto.

In tale contesto infatti, durante la cerimonia di ringraziamento, gli insegnanti “volontari” così si erano espressi con la giornalista e Presidente dell'Associazione Onlus Opera “Padre Gabriele” : “Noi siamo convinti che tra questi bambini può esserci il futuro Obama!”.

Il tonfo dalla povertà alla miseria morale e spirituale non è tanto determinato da quello che può apparire un “normale” episodio di malcostume, fatti che sembrano essere tanto frequenti in Kenya ed anche in tanti altri paesi del cosiddetto “terzo mondo”, ma lo scempio drammaticamente sconcertante è nell'usare in bambini già privi di tutto, la falsa condizione di “orfani” al solo scopo di commuovere il mondo intero attraverso immagini che gridano dolore e procurarsi in tal modo donazioni di cui forse andrà a buon fine una per ogni milione.

Proprio ieri, Sabato 14 Marzo, la giornalista insieme al Capo della Sicurezza dell'hotel ha rimosso dalla “scuoletta” di Dandora la targa “School of Padre Gabriele”.

Abbiamo racconto questa storia, forse una tra le tante, non per destare scandalo agli occhi di chi legge ma perché auspichiamo che le Autorità del Governo in Nairobi approfondiscano, avvalendosi di questa testimonianza, circostanze che a nostro avviso debbono essere stroncate, non potendosi accettare come “normale consuetudine” l'uso delle condizioni di miseria in cui versano milioni di creature innocenti, una miseria che si trasforma sotto gli occhi di tutti in un vero e proprio sconcertante business.


DIDASCALIE FOTO :
 
1. Consegna cibo e bevande;
 
2-3. Sottoscrizione adozione;
 
4-5. Foto di gruppo insegnanti;
 
6. Torta per il festeggiamento della sottoscrizione;
 
7. Certificato di autorizzazione della scuola;
 
8. Affissione targa "School of Padre Gabriele".
 
 

ULTIMISSIME DA BOGOTA'
GABRIELLA CON ELISA E MATTEO,HANNO SUBITO UNA AGGRESSIONE DALLA QUALE SONO USCITI MIRACOLOSAMENTE SALVI

Al terzo giorno della nostra Missione a Bogotà, ci trovavamo a percorrere a bordo dell'auto guidata da un autista del posto le strade del quartiere del barrio Santa Fè, il quartiere purtroppo famoso per la totale presenza della prostituzione minorile. Avevamo chiesto espressamente al nostro autista di aspettare dopo le cinque del pomeriggio per fare questo giro poichè è a quell'ora che le bambine di cui molte non arrivano nemmeno ai quindici anni di età, si mostrano pressochè nude sulla soglia di piccoli ed angusti locali all'interno dei quali si abusa della loro adolescenza, dopo aver concordato la prestazione imposta dail loro protettori che mediano con uomini che vengomo da fuori. Infatti i prezzi di questo infernale mercato della carne non sono certo accessibili a gente del posto se solo consideriamo che il salario minimo per quei pochi che trovano lavoro a Bogotà non supera i 150 USD al mese, mentre una sola prestazione di queste bambine va dai 40 USD in su dei quali il 70% è trattenuto dal protettore.
I vetri all'interno dell'auto Nascondiamo la telecamera incastrandola tra il retro del sedile dell'autista e il finestrino posteriore dove Matteo provvede alle riprese. Accanto a lui c'è Gabriella e davanti vicino al posto di guida si siede Elisa. Ad un incrocio tra due vicoli di questo quartiere sorprendiamo un poliziotto che scherza in modo confidenziale con una bambina che si prostituiva e che poteva avere circa tredici anni.
Rimaniamo sconcertati per due motivi: in primo luogo sappiamo che in tema di diritto internazionale il codice penale considera come reato in tutti i paesi del mondo la prostituzione minorile, e pertanto la legge e chi la rappresenta come pubblico ufficiale ha il dovere di intervenire; in secondo luogo a Bogotà da quando è stato eletto Presidente della Colombia Alvaro Uribe vige un regime di polizia che si professa severissimo, pronto a sopprimere ogni forma di malcostume e criminalità. Riprendiamo con la telecamera il militare con la piccola prostituta e proseguiamo il nostro giro, ma ci accorgiamo che la nostra auto è seguita e siamo costatemente affiancati da un altro poliziotto a bordo di una moto. Il suo sguardo appare minaccioso, forse teme che un suo collega sia stato colto in flagranza di reato dalla nostra telecamera. Percorriamo la via più popolata del quartiere Santa Fè dove stà un famoso locale notturno denominato "La Piscina".
Ad un certo punto un boato simile ad una esplosione colpisce la nostra auto mentre il finestrino posteriore dalla parte dove siede Gabriella si frantuma coprendo i nostri volti e i nostri corpi di una miriade di vetri. Una prosituta aveva lanciato contro i finestrini dell'auto tre pesanti bottiglie di vetro. L'autista sembra non essersi reso conto di quanto si stava verificando, forse preso dal panico, mentre al primo colpo ne sono seguiti un secondo ed un terzo tutti ben mirati ,e allo stesso tempo personaggi ovviamente armati di coltello inseguivano la nostra auto. A fatica siamo riusciti a svicolare tra la moltitudine di gente che impediva la nostra fuga.
Miracolosamente nessuno di noi era ferito, anche se quando siamo tornati in hotel non è stato facile estrarre dall'auto Gabriella, la quale era talmente coperta dai vetri che sarebbe bastato un movimento sbagliato per ritrovarsi gravamente ferita.
Questa nostra testimonianza vuole sottolineare non solo una realtà di vera e propria miseria umana che si sviluppa sotto gli occhi di tutti quasi "normalizzata", o facente parte di una delle tante "caratteristiche" che distinguono il costume di un paese da quello di un altro.
Noi vogliamo sopratutto mettere in evidenza le contraddizioni che si evincono all'interno di un Governo con funzioni militari volte a sradicare comportamenti illeciti e criminali , mentre soggetti chiamati a tali funzioni sembrano alimentare le forme più drammatiche del malcostume.

Gabriella Pasquali Carlizzi, Elisa Antonelli, Matteo Mantovani

 

 

AGGIORNAMENTI…. IN BREVE

Roma 4 Gennaio 2009
Nel ringraziare i numerosi amici che ci hanno inviato gli auguri per queste festività natalizie speriamo che il nuovo anno porti a tutto il mondo semi di buon senso in un comune obiettivo di pacifica convivenza tra i popoli, specialmente quelli che si rendono responsabili di vere e proprie stragi di innocenti, perseverando nella cultura dell’odio e della vendetta.
Ci scusiamo con tutti i nostri utenti per il mancato aggiornamento di questo sito, dovuto purtroppo al nostro serrato impegno nei territori in guerra, luoghi dai quali non ci è quasi mai possibile lavorare online. Tuttavia riprenderemo la normale attività verso il 20 gennaio prossimo, al ritorno dalla Colombia.
Da Israele siamo rientrati a Roma per una breve sosta, ma già questa notte tra il 4 e il 5 gennaio, Gabriella Carlizzi unitamente ai suoi collaboratori Elisa Antonelli e Matteo Mantovani, prenderanno un volo per recarsi a Bogotà .
Gabriella fin dai primi anni del 1990 fece in questa terra dell’America Latina ben otto Missioni, creando iniziative volte al recupero della bambine prostitute, alla lotta contro la pedofilia, il traffico degli organi, il narcotraffico internazionale, oltre che collaborare con la Fundacion para el nino diferente, ove è attesa già nei prossimi giorni.
La Colombia come è noto è un Paese con una fortissima presenza cattolica, ed anche in tale ambito Gabriella intende dar voce ad una delle opere di Carità più suggestiva presente a Bogotà, e fondata da un sacerdote Salesiano, Giovanni Rizzo, ispiratore del culto al Divino Nino.
Gabriella e i suoi accompagnatori volontari sono ben consapevoli che questo viaggio d’oltreoceano, particolarmente in questo momento, è caldamente sconsigliato anche dal Ministero degli Affari Esteri, a causa dei numerosi rapimenti posti in essere dalla FARC (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane) , organizzazione che si oppone al Governo di Alvaro Uribe.
Oltre ad altri pericoli coesistenti sul medesimo territorio, proprio negli ambienti ove Gabriella intende portare ancora una volta un messaggio di bene e di speranza tra i più poveri dei poveri, sia in senso materiale che spirituale.
Tornerà pertanto nel noto quartiere denominato El Cartucho, ove nemmeno la Polizia locale osa avvicinarsi, e nel quale vi è una statistica di un morto ammazzato ogni otto minuti. Entrare al Cartucho è come vivere attimi di inferno senza sapere se se ne esce vivi.
Tuttavia Gabriella già nel 1994, organizzò per questi poveretti un pranzo con migliaia di pasti completi, ritrovandosi con l’auto che l’accompagnò completamente smontata mentre ella stessa era circondata da lame di coltelli che le puntavano contro gli stessi che un momento prima avevano usufruito di quanto da lei offerto, senza essere costretti per un giorno ad inalare benzina per sedare la fame.
Ciò che più motiva Gabriella in questa pericolosa Missione, è l’aver incontrato in questi luoghi molti volti italiani ed europei, intenti a stringere contratti sia per il traffico della droga sia per il tristissimo mercato dell’infanzia.
E pensiamo sia giusto far conoscere al mondo intero, ciò che Gabriella documenterà in questo ennesimo viaggio, affinchè si sappia che se queste realtà non si sradicano e perseverano producendo denaro illecito, la causa va ricercata anche nelle complicità riconducibili ad altri Paesi, compresa l’Italia.

La Redazione

 

E GESU’ DISSE: “GLI ULTIMI SARANNO I PRIMI…”
…UNA PROFEZIA CHE SI E’ AVVERATA CON UN PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI CAPACE DI SORRIDERE, DI PARLARE DI PACE, DI FAR SVANIRE DAI NOSTRI RICORDI IL ROMBO DEI MISSILI, LO SCHIANTO DELLE BOMBE, IL GRIDO DI BAMBINI MUTILATI SENZA COLPA ALCUNA.. BARACK OBAMA, ANCORA PIU’ SPLENDENTE SOTTO QUELLA PELLE NERA IN CUI TUTTI DOVREMMO RICONOSCERCI IN UNO SPIRITO DI UGUAGLIANZA, ALMENO PER RIPARARE LE TANTE UMILIAZIONI RAZZISTE INFLITTE DALL’OCCIDENTE AL POPOLO DI COLORE…
EPPURE, SOTTO LA NOSTRA PELLE BIANCA, QUANTE ANIME PIU’ NERE DELLA PECE SI NASCONDONO…
SONO FRESCHE NELLA MEMORIA COLLETTIVA LE IMMAGINI CHE HANNO IMMORTALATO IL DISAGIO DI QUALCHE PRESIDENTE NOSTRANO, AL CONVEGNO DEI GRANDI, NEL DOVER STRINGERE UNA MANO DI UN ALTRO COLORE…
 
“A quelli che vogliono distruggere il mondo dico che li distruggeremo, e a tutti quelli che si chiedono se ancora esiste una luce in America abbiamo dimostrato che la nostra forza non dipende dalle nostre armi, ma dalla nostra speranza. Questo è il vero genio del nostro paese, la dimostrazione che può cambiare…..”

Sembra essere usciti da un incubo, si, l’incubo di un’ennesima decisione di guerra, l’incubo di veder partire i nostri figli restituiti dalle bare coperte dal tricolore…

Quanti anni, decenni, vissuti sotto l’arroganza dei signori della guerra, coloro che sono sempre rimasti sordi, insensibili perfino ai tanti accorati appelli di Papi, come il compianto Wojtyla, cui voltarono la faccia anche nel giorno del suo trapasso, pur presenti sul sagrato di San Pietro, ma ansiosi nel correre a riprendere ciascuno le proprie postazioni di guerra.

E nell’avvicendarsi dei nostri Governi, fino a ieri, mai si è indebolito quell’ occulto e diabolico patto scellerato, in alleanze di morte, di devastazione, di avidità di armi e di denaro.

La vittoria di Obama, forse mi farà amare un Paese di cui ho sempre avuto paura, e non solo per la cultura della guerra,, della morte, ma anche per le tante divisioni, emarginazioni, schiavitù, disprezzo della dignità di chiunque avesse la pelle nera.

Un comportamento contagioso nel mondo, una mentalità che ancor oggi dilaga da un paese all’altro, esasperando l’odio, e le tante evidenti contraddizioni, che da un lato hanno visto un leeder di destra con la kippà (papalina ebraica), e dall’altro militanti nello stesso partito, uccidere a sprangate chi altro appellativo sembrava non avere se non lo storico “sporco negro”…

Eppure, quelli che hanno resistito alle persecuzioni razziste, e si son fatti valere nelle nostre Università, o in altri ambiti della cultura, dell’arte, della musica, hanno superato di gran lunga i cosiddetti nostri “cervelli”, senza mai disdegnare, per pagarsi gli studi, di accettare i lavori più umili, con ritmi di schiavitù, lavori che nemmeno il più povero degli Italiani accetterebbe di fare, preferendo piuttosto la fame.

Sono trascorse poche ore dalla vittoria di Obama, eppure da un continente all’altro giunge la brezza di un venticello di speranza, e per la prima volta sento nascere in me, il desiderio di prendere un volo diretto verso l’America…
Tante volte ho pensato a questo viaggio, ed altrettante volte un brivido mi correva lungo la schiena, come un avvertimento che forse non era giunto il momento di visitare quel Paese, per la mia sensibilità…
E immaginavo quale sarebbe stata la mia reazione, nel vedere da vicino che una persona con la pelle scura non poteva entrare in certi quartieri, in certi locali, come se avesse la lebbra…

Ora, si sente dietro l’angolo, un cambiamento radicale, e chissà che il coraggiosissimo Obama, non sia il Presidente che abolirà la pena di morte…
Sono certa di interpretare in questa speranza, il pensiero e le attese della maggior parte dei cittadini di tutto il mondo, ed Obama i numeri per un gesto così eroico, per quanto semplice, umanitario, questi numeri sembra averceli davvero…

Anche nel nostro Paese, sebbene “ob torto collo”, qualcuno sarà costretto a fare buon viso a cattivo gioco, per non correre il rischio della impopolarità, od evitare di mettere a nudo la propria coscienza e scoprire che è nera anche quella.

I nostri figli non saranno più costretti, da un giorno all’altro, a salutare madri, padri, mogli, bambini, millantando un sorriso che è missione di pace, con la morsa nel cuore di chi sa bene di partire per la guerra.

E i traffici insani diminuiranno a vista d’occhio, soprattutto se parliamo di armi, perché Obama l’ha già detto, che la forza di un paese non dipende dalle armi, ma dalla speranza.

Anche le Mafie sarà più facile combatterle: ciascuno abbraccerà la propria croce, ma circoscritta al proprio territorio, non più nell’indomabile scambio da un oceano ad un altro di affari sporchi, di intrecci indissolubili cementati dal ricatto sotto i sorrisi immobili da dentifricio al super-fluoro adatto per bruciare il cervello di chi non deve capire.

Spenderemo di meno, c’è da scommetterci, perché ai nostri Governanti non piacerà stringere troppo spesso la mano scura del Presidente degli Stati Uniti, ci si limiterà alle visite diplomatiche, per pura cortesia, ma di certo il tempo dei cow-boy e dei saloon’s si è finalmente concluso e speriamo per sempre….

Il sorriso di Obama ricorda quello del giovane Kennedy, aperto, carismatico, solare, un sorriso che purtroppo non visse a lungo, sostituendosi al grigiore di ben altri poteri.

Ed Obama avrà calcolato il rischio della sua candidatura: è un uomo consapevole e per questo merita il sostegno del mondo intero, quel mondo che vuole globalizzare i valori dell’uguaglianza tra i popoli, i valori della pace e della solidarietà.

Con Obama, oggi l’umanità, volterà finalmente pagina… Inizia una nuova era…

Mercoledì 5 Novembre 2008

Gabriella Pasquali Carlizzi

 

LA MINA INTEGRALISTA
VIAGGIO TRA I PROBLEMI E LE REALTA' DEL MONDO ISLAMICO.
I PROBLEMI DERIVATI DAL CROLLO DELL'IMPERO SOVIETICO E DALLA RINASCITA DLL'INTEGRALISMO ISLAMICO.
 
Alcuni avvenimenti di cronaca hanno riportato all'attenzione internazionale più vasta quanto sta accadendo nell'Asia centrale e, segnatamente, in due stati: il Pakistan e il confinante Afghanistan. Una sorta di provincialismo difficilmente sradicabile porta l'attenzione dei media occidentali a occuparsi di questi paesi solamente in occasione di grandi eventi, sovente legati a vicende sanguinose e violente.
 
Al contrario, quanto accade in questo quadrante asiatico è di fondamentale importanza per gli equilibri presenti e futuri di un'area vastissima che dall'Iran giunge sino ai confini con la Cina, coinvolgendo il difficile cammino delle repubbliche ex sovietiche dell'Asia, che nel tentativo di uscire dal ricatto post-sovietico rischiano fortemente una pesante ipoteca islamica nella versione più integralista e settaria.
 
In questo quadro la vicenda afghana è di palmare evidenza.
Paese invaso e soggiogato dall'Armata rossa e governato per oltre un decennio da esecutivi fantocci appoggiati sulle baionette sovietiche, ha trovato unità di intenti contro l'invasore nella comune religione musulmana, ma sta conoscendo la divisione e l'odio religioso tra sunniti e sciiti e lo scontro sanguinoso tra le fazioni più irriducibili di entrambe le confessioni.
 
Dal canto suo il Pakistan, indubbiamente e potenzialmente destinato ad esercitare il ruolo di potenza regionale e in eterno conflitto con la vicina India, sta conoscendo una difficile fase di ricostruzione morale e materiale dopo gli anni della tirannia integralista del generale Zia, ma affronta i rischi di una fondamentalizzazione di ritorno frutto delle difficoltà economiche e delle lacerazioni sociali.
 
Un tempo paese laico, poi "musulmanizzato" a tappe forzate, oggi è in bilico e alla ricerca di nuova stabilità.
Su tutto aleggia la spinta irrazionale e settaria del vicino Iran, la cui ideologia teocratica costituisce oggi più che mai, un rischio di dimensioni planetarie come dimostrano le tragedie algerina ed egiziana.
 
Un tempo, neppure tanto antico, erano terre lontane, coloniali, avvolte dal mistero e dai miti tramandati e raccontati prima dagli esploratori e poi dai commercianti di spezie, paesi dove passavano le mitiche "vie" delle merci più ricercate dal gusto e dall'ambizione dei paesi coloniali.
 
Poi hanno vissuto il lungo dominio coloniale per giungere, in questo secolo, alla lotta per l'indipendenza e la sovranità.
Una lotta faticosa, sanguinosa, con il retaggio di schiavitù concrete e virtuali, con un pesante fardello di difficoltà, problemi strutturali e l'assenza di una vera classe dirigente capace di avviare la rinascita e lo sviluppo e con laceranti divisioni etniche e sociali frutto delle logiche di governo coloniale.
 
Oggi questi paesi, il Pakistan, l'India, l'Afghanistan, le ex repubbliche sovietiche dell'Asia centrale, sono carichi di potenzialità ma appesantiti da contraddizioni stridenti dove non servono tanto le regole internazionali, quanto un'adeguata ricostruzione del sistema interno.
 
Un'utopia certo, in un pianeta dove le logiche sono sempre più interconnesse e dove chi non riesce a correre rischia l'isolamento.
In questo scenario si inseriscono poi le spinte radicali di maggioranze o minoranze religiose la cui ottica è tanto più riduttiva e settaria quanto più avvolgente è il loro messaggio nella vita di tutti i giorni.
Un'ipoteca e un rischio che il contatto con il sistema economico e produttivo internazionale (non più solo occidentale ma globale) sembra aver attivato con insospettata virulenza e che, tramontate le ideologie politiche e i massimalismi della cultura occidentale, si presentano come il più grosso pericolo per la stabilità mondiale e per la democratizzazione della convivenza sul globo.
 
Tra questi paesi, la cronaca delle ultime settimane ci ha portato dinanzi l'Afghanistan e il confinante Pakistan.
Due realtà diverse non solo per ragioni geografiche ed etniche, ma legate da un filo apparentemente invisibile che risale al dominio britannico nonché da robuste vicende di ieri e di oggi legate a quelle guerre di "confine" che caratterizzavano la logica bipolare e nelle quali si esercitava la reciproca deterrenza delle grandi potenze del dopoguerra.
 
L'invasione sovietica dell'Afghanistan, la sporca guerra avviata da un regime dai giorni contati, la dimostrazione più evidente del fallimento dell'ideologia comunista applicata e della sua natura illiberale e militarista, hanno cambiato molti elementi dello scenario regionale, innescando micce a lenta combustione con le quali il mondo dovrà fare i conti in un futuro non lontano, quasi dinanzi ai nostri occhi, e che la caduta dei muri della quale l'invasione fu quasi un elemento scatenante, ha dato forza e ossigeno.
 
Qualcuno potrebbe al solito osservare, come accade in questi casi, che queste spinte trovavano nel bipolarismo e nel duopolio mondiale una camera di compensazione.
 
Ma è una lettura miope che non tiene conto di un elemento fondamentale: il diritto alla libertà e all'autodeterminazione dei popoli e il piano di eguaglianza sul quale devono esercitarsi i rapporti tra nazioni, stati sovrani.
 
Le spinte di cui parliamo, dunque, essendo parte del fluire della storia non possono essere sottovalutate, anche per trovare i giusti rimedi.
 
Siamo partiti dall'Afghanistan, dunque, per la particolare storia che questo stato ha avuto negli ultimi decenni e per lo sconquasso etnico, sociale e politico nel quale è sprofondato.
 
Uniti strumentalmente, in nome della libertà e della comune religione musulmana, i montanari afghani, le tribù fiere e irriducibili che mai nessun esercito né imperiale britannico né imperiale sovietico hanno potuto sconfiggere, sembrano aver ora perso la battaglia della pace, dopo aver combattuto con generosità strenua e vincendo quello che veniva considerato il più potente esercito del mondo: l'Armata rossa.
 
Per capire la ragione di questa singolare evoluzione, occorre cercare di comprendere il paese per quanto ci è consentito e per gli elementi, non sempre adeguati, dei quali si può disporre.
 
Sotto il dominio britannico l'Afghanistan aveva conservato il suo sistema etnico e sociale basato sui clan e sulla virtuale divisione del territorio tra le diverse tribù.
Un equilibrio instabile, sempre in forse, ma capace di contemperare egoismi e appetiti di questo o quel capo con la deterrenza delle armi degli altri.
Un sistema primitivo certo, ma non meno differente nei risultati concreti di quello che ha caratterizzato la guerra fredda a livello globale.
La fine del dominio britannico, la forte spinta all'indipendenza dei paesi sotto il suo governo, ha dato vita a stati sovrani spezzando un equilibrio altrettanto artificiale e lasciando sul terreno nodi irrisolti e conflitti che si trascinano ancora e che costituiscono i punti di forza delle nuove lotte basate sull'integralismo islamico e sulla sua battaglia contro i governi laici considerati eredi dei dominatori coloniali.
 
L'Afghanistan, in questo contesto, ha vissuto un lungo periodo di relativa stabilità nel dopoguerra sotto una monarchia lasciata dagli inglesi, ma capace di mantenere la pace pur se armata tra le diverse fazioni.
 
Questo equilibrio dinamico si è rotto con l'esplosione della rivolta islamica in Iran. Spinta dietro le quinte dai sovietici per spiazzare in Medio Oriente gli Usa alla fine degli anni Settanta, la ribellione integralista degli ayatollah ha rotto gli argini incautamente considerati sufficienti da Mosca, divenendo un'ipoteca non più per il solo odiato satana americano, ma per gli stessi equilibri regionali asiatici dove la vecchia Urss aveva precisi interessi strategici.
 
Pensando, cioè, di togliere di torno gli Stati Uniti nel gioco di vero e proprio dominio mondiale che caratterizzò la guerra fredda e poi la coesistenza pacifica, la dirigenza comunista sovietica accese la miccia dell'incendio fondamentalista accelerando la coesione religiosa di un Islam sino ad allora sonnacchioso e pago dell'economia dei petrodollari, strumento di deterrenza nei confronti del mondo occidentale tanto odiato e vituperato come origine di tutti i mali.
 
La decisione dissennata di invadere l'Afghanistan, mettendone in fuga il legittimo governo e impiantando un regime fantoccio estraneo nelle forme e nelle logiche al paese, fu proprio il frutto della drammatica consapevolezza di aver creato le premesse per un'esplosione di violenza che non avrebbe risparmiato nessuno e certamente neppure le repubbliche asiatiche dell'Unione.
 
Come spesso avviene, quando si minimizzano i rischi e si sbagliano le valutazioni prospettiche, il rimedio è stato assai peggiore del male e ha dato la prima e forse più potente picconata alla credibilità dell'Urss.
Un colpo dal quale il Cremlino non si è più ripreso.
Ma soprattutto ha fatto sì che le tribù afghane, i clan del paese, ridisegnassero la mappa del loro potere anche sulla base dell'appartenenza religiosa.
 
Ma c'è di più. Il risveglio islamico sciita ha prodotto un analogo risveglio nella dirigenza sunnita. Quest'ultima, avvertendo con estrema chiarezza il rischio insito nel settarismo eretico sciita. Dunque Islam in risveglio e rivalità interislamica.
 
Lotta non più teorica, fìlosofica, da università coraniche, ma pratica, di potere reale nelle società attratte dalle idee di Maometto e soprattutto dalle letture più recenti nei modi e più retrive nella sostanza che di esse hanno fatto soprattutto gli ayatollah di Teheran.
 
Così l'Afghanistan è divenuto inesorabilmente un terreno di lotta tra sunniti e sciiti. Battuti i sovietici, i leader hanno dato vita a una parvenza di stato per poi gettarsi a capofitto in una lotta dai contorni confessionali.
 
Ma per Kabul non è soltanto questo: i clan del paese sono infatti multietnici e oltre ad afghani vi sono anche tagiki, uzbeki e altre minoranze.
Così, quasi senza accorgersene, sono proprio le terre musulmane dell'ex Urss ad essere finite nel vortice e nei rischi di questo rinascere dell'integralismo.
 
Due le conseguenze di questi fatti: da un lato il prevalere antistorico in questi nuovi fragili stati di fazioni comuniste quasi a controbilanciare la crescente spinta islamica; dall'altro gli avvenimenti più recenti che vedono gli studenti islamici, i taleban, di osservanza maggioritaria sannita, prendere le armi e attaccare tutte le fazioni sino a giungere a Kabul contornati dal rispetto e dall'ammirazione di un popolo affranto dalle lotte e dagli egoismi di parte.
 
Se sarà un fuoco di paglia, saranno gli avvenimenti futuri a dirlo.
Fatto sta che i taleban, ortodossi e non inclini a compromessi, sembrano spinti da una volontà che trascende i clan e le loro divisioni e puntano alla ricostruzione di uno stato sovrano dove l'Islam sia regola e base della vita, pur nella sua versione più moderata.
Un giudizio, questo, che gli avvenimenti algerini ed egiziani, peraltro, cominciano a porre in discussione.
 
Ma, come abbiamo detto, si è creata una singolare situazione.
A nord-est dell'Iran sciita e a sud dei paesi musulmani dell'Asia centrale potrebbe nascere un'entità statale caratterizzata dall'Islam, ma in antitesi a Teheran, un ulteriore e complesso dato che va a inserirsi in un mosaico in ebollizione e le cui evoluzioni future restano misteriose. In tutti i punti meno uno, però, che ci porta sull'altro paese verso il quale stiamo volgendo la nostra attenzione: il Pakistan.
Non è un mistero per nessuno, infatti, che molta parte della forza militare e dell'organizzazione dei taleban deriva dal massiccio aiuto che ad essi viene fornito da gruppi dì potere economico e politico di questo paese.
Nato dalla dissoluzione di quell'Unione indiana che fu uno dei più grandi dominion della Gran Bretagna, tanto da divenire viceregno della corona di sua maestà, il Pakistan, dopo la rovinosa e sanguinosa perdita della sua parte orientale, l'attuale Bangladesh, che ne faceva uno stato pluriterritoriale, ha assunto una forte connotazione regionale ma con ambizioni di teatro in tutto lo scacchiere centro-asiatico e in perenne conflitto con la vicina federazione indiana nella quale vivono centinaia di milioni di musulmani.
 
Non stupisce dunque il ruolo che Islamabad si trova sempre più ad esercitare il perno di una deterrenza islamica sunnita nei confronti del pericolo sciita rappresentato da Teheran e di potenziale difensore della minoranza musulmana in India.
 
Ciò significa un ruolo centrale per il paese che sostiene anche i disegni di grande potenza nucleare che da sempre in conflitto con l'India (un tempo sostenuta dall'Urss) questo paese (a suo tempo sostenuto dalla Cina) ha coltivato e coltiva.
Una complessa metamorfosi quella subita da questo paese.
 
Così, anche nel laico Pakistan, la lotta per il potere diviene anche lotta religiosa per far trionfare l'Islam nella versione più consona a chi tenta di conquistare il potere.
 
Una battaglia senza quartiere e senza esclusione di colpi nella quale a perdere potrebbe ancora una volta essere il popolo pakistano.
 
I numerosi episodi, legati allo scontro tra cristiani (piccola minoranza nel paese) e gli integralisti che hanno fatto scoppiare un caso internazionale con il piccolo quattordicenne analfabeta accusato di aver scritto frasi blasfeme sui muri di una moschea insieme a due amici, frasi che nessuno degli accusatori ha mai visto, mostrano con tutta evidenza i pericoli.
Pericoli che sanno di settarismo e di intolleranza.
Oggi hanno colpito una minoranza del paese, i cristiani, con metodi e sistemi settari, domani potrebbero divenire reali anche per chi, nella maggioranza della popolazione, non intende piegarsi alla logica pani-islamica ma reclama libertà e moderazione.
Una cosa è certa.
L'integralismo chiama integralismo e questo virus sembra contagiare gravemente anche i sunniti.
Con rischi giganteschi per l'equilibrio mondiale.

Domenica 21 Settembre 2008
Gabriella Pasquali Carlizzi

EGITTO – IL CAIRO.
GABRIELLA CARLIZZI ED I SUOI COLLABORATORI TORNATI DA POCHE ORE DALLA MISSIONE EGIZIANA FINALIZZATA AD UNA PIU’ COMPLETA ANALISI RELATIVA ALLE DIPLOMAZIE COINVOLTE NELLA COMPLESSA QUESTIONE MEDIO ORIENTALE, SI SONO SCONTRATI CON UNA REALTA’ TERRIFICANTE E MACABRA CHE ANCORA UNA VOLTA VEDE COME PROTAGONISTI ANTICHI RITUALI MAGICI E COME VITTIME IMMOLATE BAMBINI CHE UFFICIALMENTE RISULTANO NEL LUNGO ELENCO DEGLI “SCOMPARSI”…
DOPO LE DUE MISSIONI IN ISRAELE E DURANTE L’OCCUPAZIONE IN BETHELEHEM ABBIAMO RITENUTO NECESSARRIO VERIFICARE DALL’OSSERVATORIO DIPLOMATICO EGIZIANO LE EVENTUALI POSIZIONI CHE SARANNO ADOTTATE NELLA DENEGATA IPOTESI DI UN’ ATTACCO ALL’IRAN DA PARTE DEGLI STATI UNITI E DELLE FORZE MILITARI ALLEATE, ITALIA COMPRESA. EVIDENTEMENTE L’EGITTO CI RISERVAVA ULTERIORI DRAMMATICHE SCOPERTE FINO A VIVERE IN DIRETTA L’ESPERIENZA CHE LEGGERETE IN QUEST’ARTICOLO E PER LA QUALE FORSE ASSUMEREBBE UNA PARTICOLARE VALENZA CHIEDERSI SE LA PICCOLA DENISE PIPITONE, SCOMPARSA DA MAZARA DEL VALLO QUATTRO ANNI FA ABBIA RAGGIUNTO LE SPONDE DEL MAGICO NILO.
Il 25 Luglio 2008 la sottoscritta in veste di giornalista accompagnata dalla segretaria di redazione, dal suo fotoreporter nonché da uno dei suoi tre figli Andrea Carlizzi, prendevano il volo dell’Alitalia delle 11.35 dall’aeroporto di Fiumicino diretti al Cairo. Il programma di questa Missione si presentava molto intenso dovendosi sviluppare in circa dieci giorni in più direzioni. Infatti non solo prevaleva l’interesse politico e sociale che coinvolge il mondo intero ansioso di avere una visione chiara a riguardo delle tensioni in essere nelle regioni medio-orientali , ma tra i nostri obiettivi vi era anche quello di sviluppare inedite ricerche relative alla vera storia di Mosè e del suo popolo, nonché di verificare se l’Egitto in quanto tale costituiva ancora oggi la meta privilegiata dagli operatori dell’occulto di tutto il mondo.
Dunque tre finalità diverse ma di eguale importanza e serietà specie per quanto ci siamo trovati a vivere in prima persona nell’ambito di quella magia cerimoniale che sembra ancora oggi celebrare sugli altari delle antiche divinità dei veri e propri sacrifici umani. Abbiamo alloggiato per tutto il periodo di permanenza al Cairo presso l’hotel Marriott al centro della città sulle sponde del Nilo. La deludente sorpresa per chi di noi già conosceva l’Egitto è stata immediata nel constatare che il fascino di un’immenso deserto e dei tanti misteri che da sempre caratterizzano questo paese è stato volgarmente sopraffatto dalla logica del consumismo e del senso pratico nel rendere la vita quotidiana di chi risiede in quei territori il più possibile facile e similabile a Paesi che sono privi per loro natura dell’immenso valore quale la memoria storica delle più antiche civiltà. Là dove fino ad una quindicina di anni fa ci si perdeva tra le infinite dune di sabbia finissima abbagliati spesso da miraggi d’acqua che sparivano con l’avanzare dei passi del turista esploratore oggi si propone un quadro totalmente diverso e che in poche parole non temiamo di dire che rappresenta una vera e propria lottizzazione edilizia di quel deserto che non c’è più. Vi basti sapere che in circa mille chilometri di strada abbiamo in lontananza intravisto un solo cammello, così come nel perlustrare qua e là il territorio che ci circondava notavamo che intere piantagioni di ortaggi di varia natura avevano affondato le loro radici in quella sabbia dove un tempo pareva impossibile potesse crescere anche un solo filo d’erba. Durante le nostre escursioni ed impegni di lavoro nel seguire il nostro programma abbiamo chiesto alla guida che ci accompagnava che conosceva bene la lingua italiana quali potevano essere state le ragioni che avevano tolto all’Egitto il fascino che ha sempre attirato un turismo interessato alla cultura nonché alla tradizioni e alle antiche arti popolari . La risposta è stata immediata e chiara : “Vedete in Egitto abbiamo trovato molto petrolio e sapete bene che petrolio vuol dire ricchezza. Per tanto se fino a qualche anno fa la voce più importante per noi era appunto il turismo oggi questa voce è passata in secondo piano poiché grazie al petrolio disponiamo di quanto ci consente di rendere più vivibile la nostra quotidianità a cominciare dalla viabilità, i collegamenti, lo snellimento del traffico. Tutte esigenze queste che hanno superato l’idea di dovere conservare a tutti i costi immense distese di deserto a scapito della mobilità e del lavoro stesso di chi risiede in Egitto. I cammelli si sono allontanati verso l’interno è vero, ma per noi è assai più importante raggiungere il posto di lavoro in venti minuti anziché in tre ore come era un tempo. La densità della popolazione, pensate che al Cairo vi sono 23 milioni di persone, ha reso necessario lottizzare gran parte del deserto per costruirvi case e alloggi così come oggi state osservando.” Alla nostra domanda se questa trasformazione aveva avuto anche dei riflessi negativi, la guida ci ha così risposto : “ Certamente. Voi stessi vedete che stiamo ai piedi delle piramidi mentre arrostiscono i nostri prodotti tipici e i pullman dei turisti parcheggiano a ridosso dei monumenti simbolo della nostra terra. E questo vuol dire che la qualità del turismo si è modificata prevalendo oggi quello che potremmo definire un turismo di massa.”
Se inseriamo anche queste osservazioni nella cronaca della nostra Missione è per indurre il lettore a riflettere su una realtà che ormai sembra essere globalizzata e per cui si preferisce sfregiare la storia per evitare quattro passi a piedi sia pure sotto un sole a cinquanta gradi di temperatura. Ci sarebbe da chiedersi di questo passo cosa resterà delle meraviglie del mondo e di quanto si era riusciti a tutelare nel nome di una cultura che non c’è più.
Già cultura …
E’ proprio nel Medio-Oriente che si stà radicando la cultura della morte importata da Paesi che vivono grazie alle guerre, che conquistano potere attraverso il sangue di chi viene chiamato a combattere paradossalmente un nemico invisibile, un nemico che forse c’è ma che non dà segnali di guerra, ma il solo fatto che possa farlo autorizza i potenti dell’Occidente a programmare quella assurdità che prende il nome di "guerra preventiva".
Come dire : se per caso ti venisse in mente di sparare tanto vale che io ti spari subito.
Gli Stati Uniti in una logica di tal genere sembrano aver fatto proprio il vecchio detto del nostro Macchiavelli : “Mors tua, vita mea”. Con la sola differenza che l’obiettivo del letterato esoterista rinascimentale era forse quello di preparare una porzione magica capace di guarire un malato rubando la vita ad un altro. Il rapporto era quindi comunque limitato in circostanze che vedevano lo scambio tra la vita e la morte pari: uno a uno. Non è certo così, se solo si pensasse di attaccare un paese come l’Iran ove il rapporto tra vita e morte sarebbe pari a uno contro milioni e milioni di vittime innocenti. Da un punto di vista diplomatico l’Egitto sembra ancora limitarsi ad osservare l’evolversi del fin troppo millantato trattato di pace tra Israele e Palestina, argomento che risulta ormai assumere sempre di più un carattere propagandistico, specie a ridosso delle elezioni americane, che un serio intento di placare tra questi popoli un odio ormai fin troppo inadeguato storicamente.
Ma l’Egitto non è solo questo, è anche il territorio che vide nascere la più antica civiltà politeista e quindi permeata da sempre di quella magia esoterica che è andata nel tempo a fondersi con altre culture di magia cerimoniale e che si manifestano ovunque, l'Italia è ai primi posti, in questi ultimi anni in espressioni puramente criminali che prendono il nome di sacrifici umani. Sfatiamo subito il concetto depistante delle così dette “sette” o del fin troppo propagandato “satanismo”, realtà queste che se pure esistono e si collocano comunque negli ambiti della criminalità sia pure con un movente “ideologico-religioso” o “pseudo-religioso”, tuttavia non sono certo le più temibili.
Ciò di cui invece siamo diretti testimoni in una molteplicità di delitti apparentemente inspiegabili o liquidati con il solito raptus di follia, come pure dell’incrementarsi di altrettante inspiegabili scomparse di bambini e a nostro avviso riconducibili a pratiche rituali prettamente esoteriche e alimentate in vere e proprie "schole specializzate" distribuite in tutto il mondo presso cui gli adepti vengono iniziati dal primo livello fino ai livelli massimi di celebranti gli stessi sacrifici.
Qualche mattina fa mi venne in mente rimettendo insieme alcune indagini che avevo fatto per mio conto ma che non mi avevano condotto ad alcuna ipotesi meritevole di essere sottoposta al vaglio degli inquirenti, di affittare insieme ai miei collaboratori una barchetta sulle sponde del Nilo non lontano dal centro del Cairo e indicare istintivamente al marinaio e alla guida un determinato percorso che doveva costeggiare quasi a pelo con la terra ferma.
Ero molto concentrata ed avvertivo un forte magnetismo come se dovessi in qualche modo scoprire qualcosa da cui la mia fantasia era ben lontana.
Il tragitto così come da me richiesto appariva abbastanza monotono finchè passammo sotto una specie di ponte superato il quale percepii una forza interiore e tale da chiedere al marinaio di tornare indietro e di insinuarsi con la barca nel canaletto che si introduceva in una insenatura della terra ferma.
Ero consapevole che quanto percepivo dentro di me, nulla aveva di razionale e per tanto mi era difficile spiegare ai miei compagni di viaggio il perché volevo sostare in quel punto, ma era come se mi sentissi chiamata lì da una presenza infantile... quasi un lamento....
I miei accompagnatori intuivano che io guardavo quel luogo come da una sfera di sensitività, come se tutto ciò che si trovava lì assumesse forme, sembianze e significati tutti riconducibili ad un evento preciso, macabro ma del quale ripeto non avevo ancora una cognizione razionale.
Matteo, il mio fotoreporter, istintivamente scendeva dalla barca mentre io lo invitavo a guardare bene ogni particolare strano e a fotografarlo. Iniziava così una sequenza di immagini che andavamo via via individuando sempre con maggiore sconcerto fino ad un momento preciso in cui io stessa esclamai a voce alta : “ Dio mio ! Ma forse è qui che avranno portato la piccola Denise?”.
Intorno a me cadeva un silenzio assoluto.
Mentre io indicavo a Matteo tutto ciò che assumeva ai miei occhi una seppure ipotetica o fantasiosa ricostruzione del lungo viaggio della bimba di Mazara del Vallo, mi rendevo conto che per riconoscere i segni di un rituale esoterico non sono sufficienti gli oggetti, ma è necessario essere molto esperti in una materia complessa e difficile tanto più perché ispirata a divinità.
Tuttavia questi segni c’erano tutti, e la divinità alla quale sembrava essere offerto un sacrificio era Iside. Fortunatamente i miei accompagnatori seppure non conoscenti da un punto di vista scientifico questa dottrina comprendevano la serietà di quanto si stava verificando e soprattutto capivano che dovevamo documentare per quanto possibile tutto ciò che potrebbe ancora oggi portare alla soluzione della scomparsa di Denise Pipitone.
Matteo prima, seguito poi da Elisa scesi dall’imbarcazione constatavano con i loro stessi occhi uno scenario che nessuno di noi avrebbe immaginato.
Su un montarozzo di terra fangosa a forma di drago sulla riva del fiume, giaceva una vestina rosa bordata di rosso scuro, ben composta come se avvolgesse veramente una bambina di sette od otto anni.
In prossimità di questa specie di altare vi era ben poggiata un pezzo della gamba di una salopette in jeans da bambina su cui era applicata la scritta “Golden” e sopra ancora applicato “04”.
Da queste scritte deducevo che l’indumento poteva essere appartenuto ad una bambina di quattro anni.
Pertanto attraverso la mia decriptazione esoterica l’immagine nel suo complesso segnava l’inizio e la fine di una vita finalizzata ad un’offerta iniziata quando la vittima aveva quattro anni e celebrata quattro anni dopo, cioè al compimento dell’ottavo anno.
A questo punto compariva un uomo vestito con una tunica lunga di colore grigio-marrone il quale senza nulla sapere del perché e di ciò che stavamo facendo rivolto alla guida gli dice in arabo : “Io sono posseduto”.
Quest’uomo a suo dire era il contadino che curava il bananeto adiacente.
Io che incominciavo ad intuire cosa avrei dovuto trovare in una sequenza ben collocata in un unico rituale, chiedevo a Matteo di fare qualche passo più in là, in linea perpendicolare al dragone di terra.
Non mi stuppii, sentendo l’esclamazione di Matteo ; “Guarda, guarda cosa c’è qui!” .
Infatti adagiata in modo perfetto sul terreno, vi era una tuta da lavoro nera recante il nome dell’azienda Powerhouse e composta esattamente a forma di croce, con le maniche ben allargate ed accanto si trovava ben piegato un paio di jeans da bambina, pr un'età intorno agli otto anni.
Dunque seguendo la mia ipotesi la piccola vittima poteva essere stata in un secondo momento messa su un mercantile e venduta a occultisti per le loro finalità.
Ma cosa aveva fatto durante ben quattro anni?
Doveva pur esserci una traccia che facesse capire che la bimba era stata ceduta da poco tempo, mentre forse qualcuno si era preso cura di lei cercando in qualche modo di crescerla ed educarla.
Seguendo questo mio pensiero invitavo ripetutamente Matteo ed Elisa ad osservare e cercare il benché minimo particolare fin quando mi accorsi di un piccolo rialzo di terra dal quale sulla parte anteriore si vedeva un’apertura triangolare.
Chiedevo così a Matteo di introdurre la mano in questa apertura e l’uno dopo l’altro Matteo tirava fuori dei fogli strappati di libri usati generalmente nelle scuole elementari per imparare l’inglese e la matematica.
Ormai il mio sospetto aveva raggiunto caratteristiche molto precise, anche perché sempre da quella fessura, Matteo estrasse un ritaglio di un quotidiano locale, dove erano rappresentati senza i loro nomi tre fotografie di tre fratellini che secondo quanto la guida è riuscita a tradurre dal ritaglio, questi bimbi avevano subito torture da parte della madre e forse sottratti dalla madre stessa al padre che credeva fossero scomparsi.
E’ verosimile che il padre che abbia chiesto la celebrazione di un qualche rituale per riavere i propri figli.
Naturalmente se quanto riscontrerete anche dalle immagini qui pubblicate,è stata una reale esperienza da noi vissuta, l’ipotesi che la bimba a cui abbiamo fatto riferimento possa essere Denise Pipitone , resta solamente un’ipotesi ma che a nostro avviso merita ulteriori approfondimenti.
Infatti da una ricerca che ho effettuato nei giorni successivi a tale episodio ho appreso che è stato fatto tra il Cairo e Mazara del Vallo un gemellaggio con la finalità di migliorare la produzione e la conservazione dei prodotti ittici.
In tal senso seppure anche questo fatto può essere una semplice coincidenza non si può escludere che la piccola Denise presa sotto casa da chi sicuramente la conosceva e di cui la stessa bimba si fidava, sia stata successivamente anche attraverso ulteriori passaggi di mano,messa su un mercantile a Mazara del Vallo approdato poi proprio in Egitto. In verità la circostanza mi ha scosso al punto che il giorno stesso appena rientrai in albergo presi contatto con una persona dell’Ambasciata italiana per chiedere consiglio su come avrei dovuto comportarmi.
Il funzionario con molta serietà mi sconsigliò di portare in luce quanto avevo vissuto finchè sarei rimasta in Egitto, temendo che avrei potuto subire delle ritorsioni anche di tipo istituzionale in quanto episodi del genere influiscono negativamente sul turismo e di conseguenza su una voce economica importante per quel paese.
Ho ritenuto giusto seguire il consiglio di questa persona e ancora prima di scrivere questo articolo ho contattato il Nucleo Operativo dei Carabinieri di Mazara del Vallo raccontando l’episodio e comunicando loro che avrei valutato se inviare un fax o pubblicare direttamente sul mio sito tale evento.
Naturalmente ho già fornito le mie generalità e la mia reperibilità e pertanto rimango a disposizione per qualsivoglia chiarimento.

Giovedì 7 Agosto 2008
Gabriella Pasquali Carlizzi

Immagini

1. Denise Pipitone

2. Drago di terra

3. La veste rosa sul dorso del drago

4. Pozione magica nascosta accanto agli indumenti

5. Pezzo della salopette tagliata con la scritta "04 Golden"

6. Tuta da lavore Powerhouse con accanto jeans da bambina ben piegati per anni otto

7. Fogli strappati da libri di testo scolastici elementari

8. Cunetta con buca triangolare dalla quale sono stati estratti i ritagli di libri scolastici e del giornale riguardo 3 bambini

9. Il contadino del bananeto accanto, mentre dice alla guida di essere un posseduto

MEDIO ORIENTE : ISRAELE E PALESTINA… MA QUALE PACE? E’ ORA DI FINIRLA CON LE PRESE PER I FONDELLI DA PARTE DEI “POTENTI“ CHE SEMBRANO CONCENTRATI NELL’ORMAI UTOPISTICO TRATTATO DI PACE MEDIANTE INCONTRI NEI LUSSUOSI HOTELS DI GERUSALEMME DOVE LA PACE FA DA COPERTURA A BEN ALTRI INTERESSI E AFFARI DI DUBBIA LICEITA’.
PER CHI COME GABRIELLA CARLIZZI ED IL SUO STAFF DI REDAZIONE SI TROVA IN ISRAELE TRA GERUSALEMME E BETHELHEM, NONCHE’ TERRITORI ADIACENTI SIA ISRAELIANI CHE PALESTINESI CADONO COME CASTELLI DI SABBIA I MILLANTATATI PROPOSITI DI PACE QUANDO SI E’ TESTIMONI OCULARI DI COMPORTAMENTI SCONCERTANTI DI TIPO RAZZIALE LE CUI RADICI RISALGONO ALLA GENESI DELLE SACRE SCRITTURE…. MA COSA VOGLIONO GLI AMERICANI DOPO I DISASTRI CHE HANNO VISTO MORIRE DONNE E BAMBINI SOTTO LE TANTO "EROICHE" CADUTE DI BOMBE A GRAPPOLO DURANTE LA GUERRA CONTRO SADDAM? …
Dalla fine dello scorso Aprile in due diverse riprese io e i miei collaboratori Elisa Antonelli e Matteo Mantovani ci troviamo in Terra Santa, nonostante consapevoli di aver scelto il periodo meno indicato per l’incolumità di giornalisti stranieri che intendono raccontare al mondo ciò che veramente vedono con i propri occhi ad onore dell’onestà intellettuale del concetto stesso di una corretta informazione.
A parte ciò che abbiamo pubblicato relativamente all’accoglienza in aeroporto da parte degli israeliani addetti alla Sicurezza, abbiamo potuto documentare la reale situazione che vige tra israeliani e palestinesi precostituendoci un itinerario finalizzato ad estrarre le “ragioni” degli uni e degli altri attraverso i quotidiani comportamenti estranei alla politica e alla diplomazia, comportamenti che non dovrebbero risentire di alcunché nella espressione delle vita di ogni giorno che si snoda tra un ritrovarsi al mercato a fare la spesa, l’accompagnare i bambini a scuola, l'osservare i vari culti religiosi che insistono sul medesimo territorio e quanto altro in fin dei conti dovrebbe risultare estraneo a qualunque conflitto.
Nessuno può escludere che nasca un amore tra due giovani uno israeliano e l’altro palestinese, così come nessuno, se non attraverso un radicato odio degli uni verso gli altri o intimidazioni del tutto dittatoriali può orientare quella parte comune a ciascun essere umano che si chiama "CUORE" e che non si fa gestire né da Bush, nè da Berlusconi, nè da Olmert, nè da Salam Fayyad.
E cosa può impedire a due bambini che volano sullo stesso aereo uno israeliano e l’altro palestinese di fare amicizia e giocare insieme durante il viaggio?
O forse è edificante quanto è avvenuto sotto i nostri occhi assistere al richiamo severo dei reciproci genitori come se i loro figli fossero ambedue portatori di una malattia contagiosa?
Episodi di questo genere dalla fine di aprile ad oggi ce ne sono capitati tanti da aver deciso di raccoglierli al nostro rientro in Italia in un libro-verità sempre che qualcuno, e i segnali ci hanno già raggiunto, non pensi di farci fare la fine di Ilaria Alpi e dei tanti colleghi che hanno perso la vita in territorio straniero pur di non dare spazio alle menzogne che il mondo riceve attraverso i mass media di potere dove si dà spazio solo a quelle gelide frasi pronunciate dalla diplomazia internazionale ed immortalate poi dalle immagini di strette di mano tipiche di chi recita ruoli inadeguati al solo pronunciare la parola PACE.
In una città palestinese abbiamo provato, naturalmente faceva parte della nostra indagine, a recarci presso qualche agenzia di viaggi, dicendo che desideravamo cambiare la data del nostro rientro in Italia rispetto a quella già indicata sui nostri biglietti rilasciati dalla compagnia aerea El Al.
Diciamo pure che un’agenzia di viaggi svolge un’attività commerciale al pari di un supermercato o di altri punti vendita di cui questo territorio è denso. Il commercio, dall’antichità identifica questi popoli come inclini allo scambio di ricchezza ed anche attaccati al dio denaro. Senza offesa per nessuno in più parti del mondo capita di sentir dire : “sei più avaro di un ebreo”, senza alcuna approvazione da parte di chi scrive, questa citazione la si riporta per far comprendere quanto siano antiche le origini di talune convinzioni al di là se siano giuste o sbagliate. E torniamo alle agenzie di viaggio cui ci siamo rivolti in territorio palestinese.
Ebbene i vari titolari, pur volendoci aiutare, mentre controllavano la disponibilità dei voli El Al per il giorno da noi indicato ci salutavano dicendo: “Ci dispiace possiamo solo dirvi che i posti ci sono, ma non possiamo accettare nemmeno un dollaro per la prenotazione perché la El Al non vuole lavorare con le agenzie di viaggio palestinesi. Vi consigliamo comunque di recarvi direttamente presso la compagnia”. Vero o falso? A noi è apparso sincero... Ringraziamo mentre restiamo sconcertati di quanto abbiamo appena ascoltato e che seppure può rientrare in un “diritto” di una qualunque compagnia aerea di certo non si può dimenticare che un’agenzia di viaggi per propria natura ha diritto di servire i clienti nel rispetto delle normative al di là di qualunque paese sia per la provenienza sia per la destinazione. Volendo estendere questa nostra esperienza anche in altri ambienti come ad esempio uffici amministrativi di fronte ai quali ogni cittadino ha diritto ad un trattamento corretto e conforme ai diritti civici siamo stati testimoni oculari di episodi “razziali” perfino nell’ambito sanitario.
Ci chiediamo se nell’ipotesi che un pugno di “potenti” metta la propria firma su un pezzo di carta e la notizia del trattato di pace faccia in pochi secondi il giro del mondo, potranno mai cambiare i rapporti interpersonali dell’uomo della strada, della cui identità e dignità dovuta a tutti non sarà mai fatto cenno su un pezzo di carta che pur portando il luccichio di certi illustri nomi sempre pezzo di carta rimarrà negli archivi di una storia virtuale ben lontana da fatti che rappresentano la realtà. Ed allora verrebbe da pensare che il Medio Oriente solo se rimanesse in uno stato di guerra perenne rappresenterebbe sia ora che in futuro un osso da spolpare o una meta da conquistare estirpando le naturali radici di chi fu posto in questi territori dalla volontà di Dio e non degli uomini. Ed è perfettamente un discorso strumentale senza nulla togliere all’orrore che ancor oggi rappresenta per il mondo quello che fu chiamato "Olocausto" se non si riesce a cancellare negli animi di chi ne rimase vittima un’odio che si tramanda di generazione in generazione e per il quale solo un Giudice Supremo può intervenire creando un punto di convergenza e di sintesi tra le religioni monoteiste per poter parlare veramente di Pace nei cuori.
 
Mi è capitato di leggere un articolo della collega Anna Rossi pubblicato in internet e che riporto integralmente qui di seguito affinché non si pensi che solo i nostri occhi siano testimoni di ciò che si tende a sdrammatizzare. Ciò che racconta Anna Rossi è una cronaca vera e coraggiosa perché casualmente
Domenica scorsa noi eravamo proprio lì, terrorizzati da quanto all’improvviso esplodeva senza ragione alcuna.
 

 
Benvenuti a Palestina Oggi, un servizio dell'International Middle East Media Center, www.imemc.org, per Lunedì 9 giugno 2008.

 

I soldati della resistenza palestinesi attaccano le zone israeliane vicino a Gaza, mentre nella West Bank, l'esercito israeliano continua ad attaccare i civili. Vi racconteremo queste ed altre storie, rimanete con noi.

Striscia di Gaza

Tre gruppi di resistenza palestinesi della Striscia di Gaza hanno lanciato missili artigianali verso il territorio israeliano vicino alla regione litoranea lunedì. Gli ordigni erano diretti contro i carri armati dell’esercito israeliano situati nella base militare al valico di Al Mintar-Karni fra la Striscia di Gaza ed il territorio israeliano. I gruppi armati hanno dichiarato che l’attacco è venuto in risposta agli attacchi israeliani dell'esercito contro i Palestinesi sia nella West Bank che nella Striscia di Gaza avvenuti nei giorni scorsi. Fonti israeliane d’informazione hanno segnalato l’attacco, ma non hanno segnalato alcun ferito.

Il ministero della sanità di Hamas domenica ha dichiarato che a Gaza è in corso una crisi umanitaria dovuta alla scarsità continua di combustibile nella regione litoranea. Nella dichiarazione inoltre si è segnalato che l'assedio israeliano di Gaza ha causato complicazioni diffuse fra migliaia di pazienti, in modo particolare quelli con malattie croniche. Da giugno dell'anno scorso, Israele sta imponendo una chiusura paralizzante alla Striscia di Gaza, dopo che il partito islamico di Hamas, eletto nel gennaio 2006, ha preso il controllo totale della regione, in seguito ad aspri combattimenti interni.

Il Primo Ministro del governo de facto di Gaza Ismail Haniyeh, ha detto lunedì che il suo governo e il movimento di Hamas stanno lavorando e lavoreranno per creare le basi per un dialogo nazionale tra le forze politiche palestinesi nella speranza di riunire politicamente la West Bank e la Striscia di Gaza. Ryad Al-Maliki ministro dell’interno palestinese di Fatah, nella West Bank ha detto che il richiamo del presidente Mahmoud Abbas per l’apertura di un dialogo con Hamas è conforme all’ accordo Yemeni siglato all'inizio di quest'anno da Fatah e Hamas con la mediazione della Lega Araba.

West Bank

Nella West Bank oggi, le truppe israeliane hanno invaso il villaggio di Atteel, situato vicino alla città di Tulkarem nel nord della West Bank la mattina di lunedì. Fonti locali hanno detto che circa 20 veicoli dell’ esercito israeliano hanno invaso il villaggio, aggiungendo che le truppe hanno perquisito e messo a soqquadro diverse abitazioni civili, oltre che fermato e controllato i veicoli che attraversavano la zona. I testimoni all'invasione hanno affermato che le truppe hanno attacato Na' El Riyad, che lavora in un negozio locale di meccanica, durante l’operazione militare nel villaggio. Riyad ha riportato contusioni gravi, sempre secondo quanto riferito da testimoni oculari.

I militari israeliani inoltre hanno invaso diverse zone nel sud della West Bank lunedì, distribuendo ordini militari di comparizione. Incursioni militari sono state segnalate infatti nel villaggio di Dura, nel campo profughi di Al Fouwar e nella città di Hebron. Testimoni oculari hanno detto che i soldati hanno distribuito ordini militari ad alcuni uomini con ordini di comparizione davanti agli ufficiali israeliani dei servizi segreti ad un accampamento militare israeliano vicino.

Tre civili palestinesi sono stati feriti domenica quando i coloni israeliani hanno attaccato una casa nel villaggio di Susia, vicino a Hebron nella West Bank del sud. Testimoni oculari hanno riferito che un gruppo di coloni armati provenienti da un insediamento vicino ha attaccato la casa della famiglia di Al Nawa'jah la sera di domenica.

Durante l'attacco, i coloni hanno ferito Khalil di 70 anni, la sua moglie Tammam, di 68 anni ed il loro cugino Yousif, di 32 anni. I testimoni oculari hanno ancora aggiunto che i coloni hanno usato calci del fucile e mazze da baseball per attaccare la famiglia, mentre fonti mediche hanno rivelato che i tre presentano ferite alla faccia ed al corpo. Fonti mediche hanno segnalato che Tammam è stata trasportata in un ospedale israeliano, a causa delle gravi ferite.

Conclusioni

Questo è tutto dalla città occupata di Betlemme, grazie per averci seguito. Avete ascoltato Palestina Oggi, un servizio dell`International Middle East Media Centre, www.imemc.org, edito per voi da Anna Rossi.

Fonte :

Abbiamo potuto valutare che Hebron rappresenta forse il baricentro per la tenuta di delicatissimi equilibri, dei quali basta che ne vacilli uno per fare esplodere la temuta guerra nucleare di cui si parla ormai da tempo.
Da un’analisi approfondita sembra di poter affermare che tra popoli nemici eventuali equilibri possano nascere solo se appoggiati su logiche del malaffare del quale non si può escludere che sia un malaffare di importazione senza assolvere a priori nessun paese nemmeno l’Italia.
Riteniamo che non a caso proprio ad Hebron ci sia la base dell’associazione umanitaria TIPH, costituita da personale in servizio proveniente da cinque paesi tra cui l’Italia con compiti di “osservazione”. Anche noi siamo stati avvicinati, c’è stato confermato che la sottoscritta è molto osservata e da più parti anche se sulle motivazioni, l’argomento è stato prontamente aggirato. Membri di questa associazione, ci dicono che spesso alloggiano presso l’Hotel Inter-Continental di Bethlehem dove da tempo alloggiamo anche noi. Ed è una constatazione reale visto che la notte scorsa vi erano ben otto auto della TIPH di personale che ha trascorso la notte qui. Alle 6 di questa mattina le auto erano ancora tutte parcheggiate fino a quando a breve distanza una d’altra tra le 9 e le 10 non le abbiamo più viste.
Vorremmo informare i nostri lettori di molte altre cose ben più inquietanti riservate a giornalisti provenienti dall’Italia o altri paesi che come noi non intendono schierarsi a favore di un mitra o di un altro mitra e per questo veniamo ritenuti soggetti “pericolosi” là dove il pericolo è costituito dal coraggio di raccontare la verità. Poiché mancano ancora molti giorni prima del nostro auspicabile rientro in Italia, ci riserviamo quando saremo tutelati dalle Autorità del nostro territorio di pertinenza di togliere ogni velo che con acuto spirito di giornalismo investigativo ci ha consentito di arrivare al cuore politico internazionale della questione medio-orientale.
Non certo con spirito critico ma di attenti osservatori vogliamo dire ai nostri connazionali che sfilano nel Bel Paese in cortei colorati dei simboli della pace che tali iniziative pur lodevoli, sono molto differenti e lontane da chi, credendoci , prende il primo volo e si reca di persona dove siamo noi attualmente.
Non certo per due stringate ore di conferenza protette da un esercito di addetti alla Sicurezza, ma per soggiornare almeno un paio di settimane e rendersi conto che forse chi ha preparato il testo del “comizio di Pace” è ben lontano da quel Medio Oriente, lo stesso Medio Oriente che tanti anni fa ha fatto sognare nelle favole più belle i bambini di tutto il mondo convinti di poter salire prima o poi sul magico tappeto volante.

10 Giugno 2008
Gabriella Pasquali Carlizzi