Una finestra nuova, per tutti, aperta sulla strada, sul mondo, ... lontana dai poteri, vicina alla gente, ... curiosa, rispettosa, amica, ... aperta allo scambio, alla battuta, al saluto, alla discussione, alla polemica, ...incline alla pace, ... ansiosa di verità, ...anche provocatoria se necessario, ... puntuale, ... intrigante, ... attesa, ............
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GABRIELLA FERRI ...
QUEL VOLO ALL'INGIU'PER SENTIRSI DONNA ... SI FA PER DIRE
SE POI L’UNICA COMPAGNA DI CUI FIDARSI DIVENTA LA SOLITUDINE....QUELLA PRESENZA INVISIBILE CHE PURE SA DARTI UNA CAREZZA MANCATA... O SUSSURRARTI PAROLE NON DETTE.... QUEL TRAGICO 3 MARZO DEL 2004, FORSE ERA LA GIORNATA LIBERA PER L’AMICA SOLITUDINE DI GABRIELLA... E DOVE CERLA SE NON NEL VUOTO DA DOVE ERA UN GIOROLONTANO COMPARSA...QUANDO L’ARTISTA NON SI PROSTITUI’ AL CAMBIAMENTO DEI TEMPI... PER ESSERE QUELLA DI SEMPRE.... PER DIRA ANCORA “GRAZIE ALLA VITA”... ED ESSERE PRONTA A PRIVARSI DELLA VITA NEL NOME DELL’ETERNITA’
TESTIMONIANZA DI GABRIELLA PASQUALI CARLIZZI

GRAZIE ALLA VITA

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato due stelle che quando le apro
perfetti distinguo il nero dal bianco,
e nell'alto cielo il suo sfondo stellato,

e tra le moltitudini l'uomo che amo.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato l'ascolto che in tutta la sua apertura
cattura notte e giorno grilli e canarini,
martelli turbine latrati burrasche
e la voce tanto tenera di chi sto amando.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il suono e l'abbecedario
con lui le parole che penso e dico,
madre, amico, fratello luce illuminante,
la strada dell'anima di chi sto amando.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato la marcia dei miei piedi stanchi,
con loro andai per città e pozzanghere,
spiagge e deserti, montagne e piani
e la casa tua, la tua strada, il cortile.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il cuore che agita il suo confine
quando guardo il frutto del cervello umano,
quando guardo il bene così lontano dal male,
quando guardo il fondo dei tuoi occhi chiari.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il riso e mi ha dato il pianto,
così distinguo gioia e dolore
i due materiali che formano il mio canto
e il canto degli altri che è lo stesso canto
e il canto di tutti che è il mio proprio canto.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto......

 

 

TESTIMONIANZA DI GABRIELLA PASQUALI CARLIZZI

Un pezzo di me se n’è andato via per sempre con lei, quella Gabriella che conobbi fin dai tempi della contestazione, quella Gabriella che mi somigliava tanto, per la sua grinta, il suo estremismo, il rifiuto del compromesso, a qualunque costo.

Al Pantheon, ci chiamavano “figli dei fiori”, anche se nella nostra generazione, a casa, in famiglia, vivevamo piuttosto le spine, i rovi dell’incomprensione, la clausura di schemi sociali rigidi, che ci davano il senso della prigione.

E ci fu un momento in cui cominciammo ad uscire con abiti lunghi, colorati, dipinti a mano, con le nostre mani.

E non portavamo gioielli, ma con le matite colorate disegnavamo un fiore sulla guancia, sul dorso di una mano, e appena potevamo ci toglievamo le scarpe, perche ci piaceva camminare scalzi, liberi da qualunque laccio.

 

E così sorridevamo a chiunque si incontrava per la strada, spesso regalavamo un fiore, era il nostro tentativo di contagiare il genere umano di quella vita che era in noi.

 

Il sabato, a piazza Navona, seduti a terra, e capivamo di non essere soli, anche se il nostro mdo di cantare l’amore, la pace, ai grandi, agli adulti, faceva paura, e i commenti di chi passava o delle nostre famiglie, erano, nel migliore dei casi: “Che vergogna....”.

Gabriella conviveva con la sua chitarra, per lei era come il bastone bianco per un cieco, le dava sicurezza , a lei così ribelle ma tanto fragile, tanto donna.

E quella voce roca nascondeva un canto di Angeli che sapeva di dover tacere, per non subire quello che di lei altri non avrebbero mai capito.
E ci univamo, dopo le prime note, trascinati tutti dalla veracità di quella Roma degli stornelli, maliziosa, tentatrice, generosa di qualche ora di spensieratezza, di allegria.

Poi, l’ora di tornare a casa, e poi sul volto di ognuno i segni della malinconia, della solitudine, dell’inquisizione.

Le solite liti, uguali per tutti: “Dove sei stata fino a quest’ora conciata così? ....Tu sei la vergogna della famiglia, un giorno o l’altro ti grogheranno, ma è meglio che non ci torni a casa, prima di darci altri dolori....”

Il giorno dopo ci si ritrovava, bastava poco per esorcizzarsi dalle prediche, i sermoni cui ormai eravamo abituati e da quando ci difendavamo indossando la maschera da “ragazze per bene..”

Il fatto era che avevamo solo voglia di amare, di sentirci amate, di sorridere, di cantare, e tutto questo veniva giudicato come una vergogna.

Ci sentivamo dire : “Chi ti vuol bene ti fa piangere, chi ti vuol male ti fa ridere”, e questa fu la violenza che segnò la nostra generazione, che ci obbligò di fatto a nascondere la nostra identità, o a rifugiarla nell’arte, un pianeta che ci portava fuori da tutto ciò che quotidianamente ci feriva, calpestando gli ideali dei nostri anni più belli.

E l’Arte fu anche il pianeta di Gabriella.

Per alcuni fu una parentesi di vita, per altri fu l’inizio di un cammino contro corrente, come quello di Gabriella Ferri, come fu anche il mio cammino, e lo è ancora, ora più che mai.

Una scelta quasi obbligata, se volevi difendere la voglia di vivere che ti scoppiava dentro, ma come tutte le cose, avremmo prima o poi dovuto scoprire l’altra faccia della medaglia che pure avevamo scelto.

Ragazze considerate forti, volitive, coraggiose, e così senza accorgecene, la nostra femminilità, giorno dopo giorno, veniva sacrificata dalla stessa forza che emanavamo per gli altri, divenenedo il sostegno al quale tutti potevano appoggiarsi.

Anche nell’amore, nei sentimenti, tanta era la voglia di donare, che negli anni ci siamo dimenticate di fermarci un attimo, per dare tempo a chi ci amava, o a chi ancora ci ama di ricambiare.

Le ragazze di quel tempo, le donne di oggi, annegano nella solitudine, cercano la debolezza come un bene perduto, per la colpa di essere forti, di non arrendersi mai, di rimediare sempre ai problemi quotidiani, prima ancora che pesino su coloro che ci stanno vicini, ma che forse di noi, tutto amano fuorchè la debolezza, la femmminilità pura, il sogno di una giornata senza problemi, il desiderio incolmabile, di sentirsi dire: “Stai tranquilla, ci sono io, che risolvo tutto....”.

E così Gabriella Ferri ce l’ha fatta, ha spiegato le ali della solitudine per quell’ultimo volo all’ingiù, e nei ricordei di tanta gente ha preso vita, per la prima volta, il suo lato debole, fragile, intimamente femminile, quel lato che la vita l’aveva costretta a nascondere, per mostrarsi forte, forte come la sua voce, forte per non chiedere amore, forte per continuare ad amare, rispettando ogni scelta, ogni cambiamento, lasciandosi andare ad una confidenza regalata al figlio lontano, eletto custode di un tesoro prezioso, che lo accompagnerà per sempre: “ Figlio mo, non dimenticare mai che sei tutta la mia vita..”......Parole magiche di chi vuole continuare a vivere dopo la morte, non come un esempio, non come un’artista, semplicemente come una Donna....

Gabriella... perchè te ne sei andata...potevamo cercare insieme “Za-Za...”....

Gabriella Pasquali Carlizzi

Giovanni Circelli ha rappresentato al teatro Eden di Carpi “La valigia dell’attore” , un mimo che ripercorre la storia triste e melanconica di una vita, dietro una maschera che non nasconde la dignita’ del povero, colui che scopre, come nella favola di Pinocchio, il tesoro nascosto in un umile pezzo di legno, la ricchezza di un silenzio che diviene parola decifrabile solo dall’ascolto del cuore.
E’ il 13 dicembre , il giorno in cui si festeggia la Santa della Luce, e come per miracolo, un pubblico commosso, attento, ammirato, ritrova la vista, attraverso un eccezionale mimo, che sembra dire: “non abbiate paura….. …del silenzio…”

 

Carpi:
(dal nostro inviato Elisa Antonelli)

Il Cinema Eden di Carpi, per una sera si è fatto teatro, e direi un teatro con la “T” maiuscola , anche se l’unico attore, Giovanni Circelli, originario di Napoli , ma da ormai quattro anni “adottato” dalla misteriosa Carpi, in provincia di Modena, rientra in quella categoria di talenti, tuttavia sconosciuti, verso i quali lo Stato non si prodiga perché emergano nell’arte contemporanea, al pari di quanti, ebbero il privilegio di arricchire la memoria storica di un popolo, cui certo non mancò l’arte, la creatività, la poesia del dolore e della speranza, fino a porre l’Italia ai primi posti della cultura e della rappresentazione artistica.

Si apre il sipario, la scena è vuota, malinconica, consumata da un tempo che non è definito, e per questo può ripetersi guardando indifferentemente al passato e al futuro….mentre tutt’intorno è silenzio….

Direi quasi un silenzio “sacro”, anche da parte di un pubblico diverso, forse già preparato alla creatività del giovane Circelli, che a Carpi si è fatto conoscere, poco a poco, scambiando continuamente gli abiti della realtà quotidiana, i mestieri per sopravvivere, con quelli di una scena che scuote l’anima e mette a nudo anch’essa una realtà, che ancora si preferisce ignorare, o vivere da osservatori, subendo le conseguenze della rinuncia ad essere tutti e ciascuno, i veri protagonisti della scena di una vita, che è divenire e non staticità, morte sociale, apatia, o crudeltà di chi come noi giorno dopo giorno, dietro le quinte di un teatro, si consegna al proprio nemico, cui cede una ricchezza che è tale finchè abiterà nella sua casa naturale da cui si originò, imprimendo nel cuore e nella mente l’identità di ciascun essere umano sulla terra, una sola identità, non cedibile, non vendibile, benché sia fusibile per affinità, con un solo altro colore dell’elica incrociata che sigilla il Dna di un amore prestabilito.
Giovanni Circelli è un esempio di quell’arte che parte dal cuore di un vissuto personale, un’arte che sboccia all’improvviso e vuole esprimersi in un linguaggio adatto e comprensibile da tutti, da ciascun essere umano al di là del colore della pelle, oltre i confini dello scibile, senza i limiti dell’imparare da un copione già pronto, se non quello stampato dalla vita stessa sulle rughe di un volto senza età, nascoste dalla vernice bianca dell’attore, come un velo steso per pudore sull’intimità pur intuibile da chiunque si riconosca nella vicenda umana comune a tutti.
I sordi, i muti, perfino gli occhi che accendono le luci nella mente dei non vedenti, tutti, proprio tutti, possono riflettersi con coraggio e speranza allo stesso tempo, in quei pezzi di vita di un artista di strada, che sceglie la strada come madre adottiva dove già sa che troverà sempre qualcuno pronto per un piatto caldo, una sedia per riposare, un abito usato per cambiarsi di tanto in tanto, e confondersi tra migliaia di marionette costrette, come noi spettatori, a muoversi obbedienti al comando dell’invisibile Burattinaio della vita.

Ma il Mimo è libero, non ha padroni né visibili né nascosti, egli obbedisce e va dove lo portano i sogni, i ricordi, le speranze, sempre accompagnato dalla fedeltà di una solitudine per quanto amara, pur sempre amica e confidente, come l’ombra di se stesso che si riflette nel suo peregrinare di sentimenti veri o virtuali, come l’ombra che ingigantisce le nostre sembianze, ricordandoci che nessuno di noi è illusione, ma siamo pur fatti di anima e corpo, sentiamo il freddo come il caldo, distinguiamo la notte dal giorno, riconosciamo i volti che sfilano sulla passerella della nostra vita, siamo e saremo sempre, nella buona e nella cattiva sorte esseri pensanti…capaci di piangere… ma anche di sorridere accettando come dono la condizione umana che il fato ha prestabilito per la parte che reciteremo durante la nostra sosta terrena……

E il pensiero corre alla genialità che ispirò Benigni, nel capolavoro cinematografico là dove la realtà della guerra, del razzismo, divennero agli occhi dell’amato figlioletto, un gioco, un gioco al quale avrebbero potuto partecipare solo i più fortunati, per vincere alla fine, il premio di una tragedia come l’Oscar meritato da chi convinto di recitare, aveva raccontato la sua pur triste, drammatica e autentica storia.

Pensare al futuro artistico di Giovanni Circelli sarebbe quasi dissacrare anticipandolo un vissuto dal quale si genererà l’arte di un semplice e complesso linguaggio, fatto di gesti e di religioso silenzio.

Auguri Gianni e…. buona fortuna..!

I RAGAZZI DI CASAL DEL MARMO DOVE SI PENSA CHE LA VITA DEBBA CESSARE, FORSE E' POSSIBILE TROVARE UNA VITA NASCOSTA NELL'ANIMO DEI MENO FORTUNATI, QUELLI IN CUI NON E' STATA CONCESSA LA POSSIBILITA' DI ESPRIMERE QUANTO PURE SENTONO NEL CUORE IN CERCA DI AMORE.
Abbiamo visitato il Carcere minori a Casal del Marmo per capire se ancora esisteva il linguaggio carcerario e l'uso del tatuaggio, pensava mo di trovare una realtà da riformatorio; ma fortunatamente non è cosi.
L'idea di trovare "mini killer" e piccoli "Al Capone" era frutto della nostra disinformazione.
Casal del Marmo non é un redusorio punitivo, ma rieducativo.
E' immerso in una zona verde della città con all'interno viali alberati in cui è gradevole passeggiare. La sensazione è quella di vivere in campagna.
Accompagnate da una educatrice (figura importante per i ragazzi) abbiamo visitato le strutture utili per la rieducazione e l'insegnamento di attività artigianali e artistiche.
Rispetto al carcere minorile di 20 anni fa oggi i ragazzi possono scegliere di fare esperienze costruttive: sport, lavoro del cuoio, della ceramica, serigrafia, pelletteria, tessitura.
Possono fare teatro e scrivere sul loro giornalino, ma soprattutto imparare a comunicare in modo diverso rispetto alle loro abitudini.
I ragazzi vengono arrestati perché hanno commesso reati punibili dalla legge, ma ascoltandoli è facile capire che hanno alle spalle situazioni difficili, di abbandono, di violenza fisica e psicologica, di sfruttamento e soprattutto provengono da ambienti in cui regna la microcriminalità, in cui sono sfruttati per contrabbandare sigarette, rubare e prostituirsi.
Alcuni ragazzi da noi intervistati hanno alle spalle omicidi o tentaci omicidi, pertanto il compito degli educatori non e' certo dei più facili.
Il difficile è ricominciare da zero per "ristrutturare" la mente del ragazzo e ridargli la speranza che nulla é perso e che si puo ricominciare attraverso altri valori, lontani dalla violenza.
I ragazzi che discutevano insieme a noi erano cresciuti con la legge della strada.
La maggior parte provenivano da famiglie disgregate ed avevano subito ogni genere di privazioni, dall'affetto alla assistenza.
Solitamente nei loro ambienti le istituzioni sono assenti, lasciando il posto alla malavita organizzata che dà loro " lavoro" e la possibilità di avere sempre molto denaro, anche a rischio della galera.
Non è facile spiegare loro che si puo vivere anche senza la droga, quando questa è una realtà con cui convivono. Casal del Marmo è strutturato in modo da dare loro speranza per un futuro, ma l'handicap è dopo, quando escono.
Pur avendo recepito la possibilità' di vivere diversamente, si ritrovano nel solito ambiente, con la solita gente e con le istituzioni ancora assenti, che non offrono un reinserimento attraverso il lavoro.
Oggi il carcere ospita sessanta ragazzi, metà nomadi e metà italiani.
Nessuno di loro ha fatto più della quinta elementare.
Possono studiare se lo desiderano, sia all'interno che all'estemo della struttura, ma dalla nostra ricerca è emerso che raramente arrivano alla terza media. Alcuni ragazzi intervistati hanno confessato che vivere facendo un lavoro che rende mille euro al mese non è la loro aspirazione maggiore, preferiscono rubare per avere dieci volte di più
. Con questa politica spicciola è facile lasciare spazio alla malavita che si sostituisce all'ufficio di collocamento, alla scuola, alla famiglia e allo Stato ( che dovrebbe tutelarli e non li tutela).
E' sconvolgente pensare che non li spaventa l'idea di finire in carcere.
Abbiamo guardato i loro volti con attenzione. Alcuni avevano una faccia d'angelo, tenera, altri sicuramente indurita dalle esperienze della strada.
Con gli annl anche il detenuto del carcere minorile è cambiato, molto è dovuto alla presenza di ragazzi stranieri nordafricani e rom.
I nomadi è noto che non spacciano droga e non si prostituiscono, ma rubano negli appartamenti, borseggiano nelle strade o sugli autobus. Questi sono i reati per cui vengono arrestati.
La struttura di Casal del Marmo mette in crisi la cultura dei Rom proprio perché messa a contatto con altre culture.
Le ragazze Rom cominciano a "scoprire" il loro corpo anche attraverso le visite ginecologiche in quanto alcune sono sposate ed hanno figli.
Il carcere consente loro, se lo desiderano, di tenere i bambini all'interno della struttura. Scoprono l'acqua calda, la doccia, i termosifoni, il bidet (alcune lo usavano per defecare perché non ne conoscevano l'uso).
Scoprono anche la scuola, lo sport, il teatro, le gonne corte, il cinema e sopratutto il dialogo con ragazzi diversi da loro.
Non c'è alcuna forma di razzismo tra i ragazzi; sicuramente litigano ma non per differenza di razza. Le ragazze Rom sono divise tra cristiane e musulmane. Le prime sono specializzate in furti d'appartamento, le altre nel borseggio.
Vengono addestrate al crimine da piccole e sono costrette a sposarsi giovanissime dopo essere state vendute dai genitori al miglior offerente.
Da un racconto di un responsabile è emersa la storia di Gloria: una bella ragazza Rom che giovanissima si è ritrovata nel suo letto, una notte, un uomo molto più anziano di lei che l'aveva comprata per ottanta milioni. Unico commento della ragazza fu: "Che schifo!"

PRIMO GIORNO A CASAL DEL MARMO

L'inter che deve seguire un ragazzo appena entrato nel carcere minorile è passare all'ufficio matricola per le formalità, poi, all'educatore che lo seguirà in tutte le sue esigenze sia con la magistratura che con la famiglia, in seguito alla visita medica. Viene assegnato ad un reparto, e da quel momento le sue giornate sono regolate da orari che deve obbligatoriamente rispettare.La mattina sistema la cella, fa colazione e poi comincia a svolgere le attività scelte. Visitando la falegnameria abbiamo scoperto dei veri geni: creano modelli di aerei, barche, restaurano mobile. Farli lavorare è mettere in luce le loro capacità. Alcuni sono bravissimi, con una incredibile manualità. Bisogna dire che gli adetti alla falegnameria sono degli ottimi insegnati, capaci di capire le loro problematiche e stabile in buon rapporto amichevole. Abbiamo parlato con i ragazzi mentre lavoravano. Sono molto cordiali. Ci hanno raccontato le loro storie, le loro "brutte esperienze". Altrettanto abbiamo trovato nel laboratorio del cuoio e della ceramica. Qui realizzano borse, cinte, maschere, vasi per sè e per farne dono ai familiari. Molti di questi lavori artigianali meriterebbero la commercializzazione che a volte avviene, ma non per retribuire i ragazzi; con il ricavato vengono comprati i materiali da utilizzare per i lavori. Forse, il dar loro la possibilità di vendere ciò che creano potrebbe essere un incentivo per far capire quanto si può guadagnare da attività artigianali, ma sopratutto oneste. Difficile è insegnare ai ragazzi l'uso del computer, perchè purtroppo sanno a mala pena a leggere e a scrivere. I ragazzi risentono sicuramente dalla mancanza affettiva della famiglia. Possono vedere i genitori una volta a settimana più due giorni premio se hanno avuto una buona condotta. Non sono mai puniti in maniera severa, anche se commettono gravi irregolarità. Viene loro impedito di uscire dalla cella e di partecipare alle attività. Il minorile oggi è una realtà diversa dal riformatorio. I programmi interni sono finalizzati al recupero dei ragazzi. Una sola cosa è rimasta: il tatuaggio. Questo antichissimo sistema di "marchiare" la propria pelle in modo indelebile, ancora si tramanda. I ragazzi creano da aoli l'apparecchio per tatuarsi. Per imprimere il disegno bastano tre aghi, china e detersivo. E' un sistema pericoloso, con un canale di contagio in quanto non hanno la possibilità di sterilizzare gli aghi e il marchingegno. Se "pizzicati" vengono naturalmente puniti.

Oltre agli educatori, chi conosce bene i ragazzi sono gli agenti. Conoscono le loro abitudini e sanno been qual'è il linguaggio più sciolto per parlare a loro. Un tempo il linguaggio era criptico per nascondere messaggi precisi. Con gli anni alcune parole hanno assunto un significato diverso, mentre è ancora vivo il linguaggio dialettale. Un tempo, ad esempio, la "fibia" era una notizia da portare ad un altro detenuto senza che "le infami" guardie potessero capire; oggi invece è un avvertimento per le punizioni in arrivo ("Occhio, arriva la fibia!!").

La giornata dei ragazzi è scandita da orari. Se ciò continuasse anche fuori dal carcere, il recupero potrebbe essere completo o quasi. Purtroppo non è così!. Molti, una volta usciti, ricadono negli errori commessi e vengono nuovamente arrestati continuando in altre carceri un triste cammino.

Sabato 9 Agosto 2008
Gabriella Pasquali Carlizzi

Nostro servizio - Lunedì 31 Agosto 2009

ROMA…. NEL CONDOMINIO DI VIA CASSIA N. (omissis)…
TANTI ANIMALISTI… MA ANCHE TANTI“DISUMANI”…?
...UNA STORIA CHE SA DEL GROTTESCO SE SOLO CI SI RICORDA DI ESSERE NEL TERZO MILLENNIO…
PER QUESTO ABBIAMO DECISO DI RENDERE PUBBLICO QUANTO SI SPERA INDUCA IN PERSONE CHE SI RITENGONO “CIVILI” IL RISPETTO DOVUTO AI DISABILI…
La signora Giuditta (nome convenzionale ma significativo come colei che tagliò la testa ad Oloferne) da pochi giorni abita nell’elegante condominio di via Cassia al numero civico (omissis).

A dire il vero, la scorsa settimana, durante il trasloco, aveva avuto un primo e più che indicativo approccio con l’educazione dei coinquilini, quando entrando nel garage, parcheggiava in prossimità dell’ascensore, in quanto disabile di tipo motorio per arti inferiori.

In quell’occasione, le si era avvicinato un tizio che lavorava nella cantina, il quale, senza nemmeno presentarsi, con il dito indice a mò di avvertimento, le dice: “Qui lei non può parcheggiare, deve spostare la macchina subito…”

La signora Giuditta, sconcertata dal tono ineducato dell’anonimo signore, rispondeva di essere la nuova condomina e spiegava che è disabile…”

L’ ”eroe di turno” non sente ragioni, e la signora onde evitare che il figlio da cui era accompagnata rispondesse ai toni provocatori, portava l’auto fuori.

L’episodio la fa riflettere, anche perchè quando ha deciso di venire ad abitare in questo condominio, era rimasta colpita da come l’intera area condominiale era ben curata, le aiuole perfette, insomma un impatto dal quale Giuditta aveva dedotto che seppure il merito era del custode che se ne curava, sicuramente dovevano abitarci persone civili.

E comunque si riprometteva di censurare il fatto alla prima Assemblea.

E sono giunti così i giorni del trasloco, un disagio per tutti, ma correttamente la signora Giuditta aveva affisso un biglietto al portone d’ingresso scusandosi con i condomini.

Il giorno stesso che Giuditta si è trasferita in pianta stabile nella sua nuova casa, si vede presentare un uomo, l’amministratore del condominio, il signor Giuseppe Lecca.
La signora pensa che sia lì per darle il benvenuto, e invece costui le rappresenta una serie di lamentele espresse da non meglio precisati condomini.

La prima, riguarda il parcheggio della macchina della signora nel posto auto all’aperto riservato agli “handicappati in transito” e non ad una “handicappata” residente.
Salvati cielo!

Giuditta guarda fisso negli occhi l’Amministratore, poi esplode: “ Lei di fronte a me la parola handicappato non la sua, ha capito? Esiste la parola disabile… non le consento di esprimersi scorrettamente.. “ . Lui risponde: “ Se è per questo possiamo chiamarli “diversamente abili… come lei preferisce…”.

E poi spiega che il posto auto occupato dalla signora, è riservato ad eventuali ospiti handicappati (insiste sul termine e la signora lo corregge), i quali possono fermarsi lì solo per scendere dall’auto e poi la stessa auto deve essere immediatamente spostata.
Giuditta gli scoppia a ridere in faccia, anche perché non sa immaginare visivamente la scena di un disabile che va a trovare qualcuno, scende dalla propria auto parcheggiata nell’apposito spazio, e poi la sposta contestualmente.

E nel caso fosse accompagnato, il disabile scende, e l’accompagnatore va a parcheggiare altrove l’auto.
Ma in tal caso, il disabile può scendere comunque il più vicino possibile alla rampa, dato che la sosta è brevissima e non richiede necessariamente un parcheggio, come al contrario è necessario al disabile residente.

L’Amministratore replica che il regolamento è questo, e la signora Giuditta gli ribadisce che lei non intende spostare la sua auto, anzi le dice che se subirà qualche dispetto, dato che lei è una giornalista investigativa sotto scorta, saprà a chi rivolgersi.

Il clima è teso, ma Giuditta è sul piede di guerra e approfitta della circostanza per far presente all’Amministratore che nel condominio ci sono caldaie non a norma, e aggiunge anche che nei garage accedono persone che non hanno titolo, in quanto non possiedono alcun box, ma sfruttano l’accesso per scaricare pacchi e spesa vicino all’ascensore….
Loro che certo non sono disabili!
Che vergogna!

Poi ci sono le lamentele di chi ha osato calunniare la signora accusando i traslocatori di aver recato danni all’ascensore.
Ma con Giuditta le menzogne non reggono e l’Amministratore stesso, di persona avendo verificato, ha dovuto ammettere che in effetti l’ascensore era nello stesso stato precedente l’arrivo del “ciclone Giuditta”.

Ma c’è di più…

L’Amministratore, in una successiva telefonata ricevuta dalla signora Giuditta, dice di aver notato che la stessa ha stretto rapporti di amicizia molto velocemente con i vicini di pianerottolo…. “sa, magari poi finisce che si litiga e non ci si guarda più nemmeno in faccia…”.

L’ingerenza è del tutto sgradevole, anche perché Giuditta sa bene a quale situazione conflittuale allude l’Amministratore, dato che la sua vicina le ha raccontato del rapporto di amicizia interrotto con la signora del piano di sotto… proprio quella che è stata l’emissaria dei reclami contro Giuditta tanto da chiamare l’Amministratore.

In ogni caso, la signora Giuditta liquida così il “buon padre di famiglia”: “Caro signore, da questo momento in poi, qualunque cosa lei abbia da comunicarmi, mi invierà una raccomandata con ricevuta di ritorno, io di quanto mi viene detto a voce, non ne tengo conto. A mia volta, pubblicherò in internet certi comportamenti di malcostume…”

I giorni passano, e Giuditta sente conversazioni tra condomini che parlano tra di loro e ce l’hanno con lei, ma si fa anche un’idea del livello di certa gente, dato che qualcuno senza ritegno, urla al telefono cellulare : “Tu mi devi dire se stanotte con tua moglie c’hai scopato e che c’hai fatto…” …
Insomma l’amante infuriata e gelosa di una moglie tradita….
Ridere o piangere?
E chi avrebbe mai pensato che i giardini tenuti tanto bene nascondessero realtà così volgari….
Intanto Giuditta, grande esperta di informatica, riesce a vedere che dagli indirizzi IP di questo condominio, molti si affannano a fare ricerche su di lei, su chi sia, e qualcuno le dice che c’è pure chi la considera una in modo distorto rispetto alla sua professionalità…

Certo è che di immondizia in internet ve ne è a più non posso, e chiunque sia un personaggio pubblico viene dato in pasto alle "bestialità" della rete... Basterebbe fare una ricerca sui cantanti napoletani tacciati di Camorra…
Dobbiamo crederci?
O magari indagare davvero su chi lavora per Sanremo, il grande festival della canzone, ma anche qualcos’altro… In fondo tra Sanremo, San Gennaro e Santa Rosalia i patti eterni non sono mai cessati… e magari una persona onesta, senza saperlo, lavora per una star del calibro di Tony Renis... Già, ma che c’entra col condominio di via Cassia numero (omissis)?
Dobbiamo rispettare la privacy…

E mica è finita qui…
Perché in questo condominio, sembra ci sia gente appassionata di armi… non si sa quante ne ha in casa, e speriamo siano tutte registrate, tuttavia dato il clima di nervosismo, e dati i toni provocatori, sarà bene che Giuditta faccia presente questo aspetto a chi di dovere, in fondo lei ha già subito quattro attentati per la sua attività di giornalista di inchiesta… e fare la fine di Ilaria Alpi invece che in Missione, nel condominio dove abita, è un rischio che non vuole proprio correre…

Nel condominio vive una colonia di gatti… tutti sterilizzati… oggetto in passato di diatribe pesanti…
Giuditta non è un’animalista, ma fino ad ora i gatti non l’hanno disturbata… il problema se lo porrà solo e se, in seguito, questa presenza felina recherà eventuale disagio alla propria vita quotidiana, sul piano dell’igiene od altro.

Emerge violenta la contraddizione tra tanto amore per gli animali e tanto poco rispetto per un disabile residente…

Ma Giuditta è convinta di vincere la sua battaglia, anche perché in termini di maggioranza di voti, conta molto sulla carità cristiana delle Suore che in questo condominio sono proprietarie di una intera palazzina…
A meno che anche Santa Madre Chiesa non voglia venir meno all’insegnamento evangelico…

Nel frattempo Giuditta la sua auto la lascia dove meglio crede, anche perché ha notato una stranezza.
Infatti tra il famoso posto per “disabili in transito” e il successivo parcheggio, vi sono delle strisce trasversali che dovrebbero rendere più facile al disabile le manovre per scendere e salire dall’auto, oltre che per la sosta di una eventuale ambulanza.
Ma guardate caso, quelli che reclamano contro il disabile, parcheggiano le proprie auto su quelle strisce, e il disabile, ammettiamo che stia su una sedia a rotelle, non potrebbe nemmeno muoversi….

Ecco dunque che contraddizioni tanto pesanti, inducono il ragionevole dubbio, che la lotta non è per il posto auto, ma la lotta è per la presenza di un disabile residente… specie se questo è un giornalista abituato a smascherare certe realtà.

Infatti, sembra che un’altra condomina, a suo dire anche lei disabile in minima parte e comunque non per disagi motori agli inferiori, abbia parcheggiato la sua auto in quell’ambito posto per una decina d’anni… Sarà questo il motivo di una “repicca”? Quanto c’è di vero in tutto ciò?

Lo sapremo, anche perché i controlli necessari non mancheranno.

Infatti la questione delle caldaie non a norma, dovrà essere risolta, e i motivi sono tutti gravi.

Qualcuno ha pensato di chiudere la caldaia posta sul balcone, costruendo un muretto di cemento e poi mettendo un infisso per accedervi.
Una situazione del genere è pericolosa, perché le caldaie, benché brutte da vedersi, devono stare all’aria aperta e tutti conosciamo quanti episodi di esplosioni di intere palazzine si sono verificati proprio a causa di certi abusi.

Vi sono poi altre violazioni connesse.

Un lavoro del genere modifica di fatto il prospetto della palazzina, interferendo di conseguenza sul valore dell’immobile, e richiede in ogni caso il parere favorevole della Commissione Edilizia di competenza con la relativa Dia.

Va da se, che costruire un muretto, al di là di ciò che contiene, e chiuderlo con un infisso, equivale a costruire un vano in più, in quanto non si tratta di materiale mobile né riconducibile ad un prefabbricato.

E dunque l’Amministratore dovrà, prima di turbare la serenità di chi definisce “handicappati” occuparsi di problemi assai più seri, e procurarsi copia di tutte le eventuali concessioni di cui devono essere in possesso coloro che hanno chiuso le caldaie nel modo sopra descritto, e relazionare i condomini, nell’ambito dei doveri-poteri del ruolo di Amministratore, onde non incorrere egli stesso in sanzioni.

Già, qualcuno potrebbe chiedersi se l’Amministratore era al corrente o no. Presumibilmente si, dato che queste caldaie la signora Giuditta le ha potute fotografare dall’esterno appena se ne è accorta…
Anche perché nessuno glielo avrebbe mai detto.

Certo la signora Giuditta è sconcertata … e pensare che aveva in programma di invitare tutti i coinquilini, nella sua splendida casa, magari senza gatti , per avviare un rapporto di buon vicinato, all’insegna del rispetto e di quelle buone maniere compreso il corretto linguaggio che farebbe onore a tutti….

Tutti quelli che prima ancora dei codici e delle normative, osservano nella vita le regole del codice morale….

Giù le mani dai disabili…. Chiunque essi siano e dovunque sostino….

di Gabriella Pasquali Carlizzi - Mercoledì 6 Maggio 2009
 

QUELLO CHE C’E’ DIETRO IL DIVORZIO TRA VERONICA LARIO E SILVIO BERLUSCONI…
RIGUARDA IL NOSTRO PAESE…
PRIMA O POI IL SIPARIO SI DOVEVA CHIUDERE SUL “TEATRO POLITICO E SOCIALE” DELL‘ATTUALE PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, IL QUALE CI AUGURIAMO ABBIA IL BUONGUSTO DI RITIRARSI IN PUNTA DI PIEDI….LA PLATEA QUESTA VOLTA NON APPLAUDIRA’ E TANTO MENO CHIEDERA’ IL BIS…
E NEMMANO L’ABILE MOSSA DEL “CAVALIERE” DI PUNTARE TUTTO SUL RIDICOLO EPISODIO DELLE “VELINE” PUO’ SVIARE I PIU’ INFORMATI DALL’AFFRONTARE DI PETTO UNA REALTA’ CHE PRIMA O POI DOVEVA ESPLODERE…
E D’ALTRA PARTE SE LA SIGNORA LARIO HA DATO VOCE ALLA STAMPA, NON E’ CERTO PER RISOLVERE UN PROBLEMA A LEI BEN NOTO, DI IPOTETICHE RELAZIONI EXTRACONIUGALI DEL MARITO ULTRASETTANTENNE…
LA SIGNORA LARIO, PER FINI CHE NON CI E’ DATO AL MOMENTO CONOSCERE, VUOLE INVECE MOSTRARE ALL’ITALIA IL VERO VOLTO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO…

 
La vicenda che ha travolto con la violenza di un terremoto la vita di Berlusconi, necessita di essere analizzata a partire da molto lontano, se vogliamo conoscere fino in fondo l’uomo che con le sue doti di grande comunicatore, ha incantato milioni di italiani…

Diciamo che finora se l’è cavata, come si suol dire, “per il rotto della cuffia”, ma in un momento drammatico come quello che il nostro Paese sta vivendo, c’era da aspettarselo, che chi in tempi più sereni sarebbe riuscito a continuare ad arrampicarsi sugli specchi, oggi rischia lo scivolone dal quale forse non si rialzerà più.

La contorta e provocatoria reazione del Cavaliere, il quale non fa altro che ripetere che sua moglie sarebbe caduta in una trappola ordita dalla sinistra, la dice lunga, e non va vista nella direzione degli avversari politici, ma reca in sé la sgradevole sensazione che Berlusconi si prepari a far passare la moglie per una persona facilmente plagiabile, dunque labile nel pensiero, fragile in tema di lucidità mentale, non scevra da condizionamenti….

E’ questo il colpo basso che non stupirebbe certo coloro che ben conoscono la storia dolorosa della signora Carla Dell’Oglio, prima moglie del Cavaliere, una storia che ci auguriamo non debba ripetersi anche con Miriam Bertolini, in arte Veronica Lario.

In questi giorni si discute anche con il parere di illustri filosofi, su quale sia il confine tra il concetto di “pubblico” e il concetto di “privato”, nei casi in cui i protagonisti di una storia, rivestano anche le più autorevoli cariche pubbliche.

Facciamo un esempio.
Giulio Andreotti, l’uomo che ha scritto da protagonista cinquant’anni di storia, conquistando un potere internazionale come nessun altro, è stato un esempio della tutela del suo “privato”.
Infatti , benché anche ad Andreotti non siano mancati momenti di vita “mondana”, lui è stato sempre bene attento a non avvalersi del suo privato quale esempio da presentare al pubblico.
E nessuno mai è andato a ficcare il naso in casa Andreotti, in quanto il referente per decenni di storia politica del Paese era lui, nel bene e nel male, era la sua ideologia, erano i suoi affari in tutto il mondo, tutto insomma convergeva nel modello di un politico, di un uomo di Stato.

Berlusconi, al contrario, quando fu “costretto” da oggettive e gravissime situazioni a “scendere in politica”, non potendo in quel particolare momento presentare un biglietto da visita come il top del grande imprenditore, ricorse al “modello americano”, l’uomo socievole, democratico, simpatico, che stringe la mano a chiunque incontri sulla strada, ma ancor più il marito innamorato e fedele e padre irreprensibile, tanto da riuscire con tutti i suoi impegni ad accompagnare a scuola i tre ultimi nati dall’unione con la signora Lario.

Nel 1994, mentre molte delle aziende del Cavaliere erano sull’orlo del fallimento, e sarebbe bene che gli Italiani si documentassero in proposito, quest’uomo si propone in politica con Forza Italia, proclamando la sua scelta di “sacrificarsi” per salvare il Paese….
Dunque lui, rinunciava ad occuparsi degli scontati fallimenti delle sue aziende, per tentare di salvarsi col voto degli Italiani, ma soprattutto godere subito di un bene preziosissimo di cui si sarebbe avvalso negli anni tante volte: l’immunità parlamentare. … 

Stranamente, appena eletto, l’ex imprenditore Silvio Berlusconi sembrò uscire dall’incubo del fallimento, anche perché, i creditori iniziarono ad essere pagati…
Con quali soldi, visto che prima di diventare “onorevole” non riuscì a pagare nemmeno gli autisti della Fininvest?

E in quegli anni, sul povero “Berlusca”, ad ogni suo successo popolare, ecco che gli cadeva tra capo e collo un’ avviso di garanzia e una raffica di perquisizioni…

Di qui, la sua “mania di persecuzione”, unica via d’uscita per intenerire il buon cuore degli Italiani, e convincerli che tutto il mondo ce l’aveva con lui.
E giù attacchi ai Magistrati, affermazioni gravissime, un vero esempio di buon esempio per tutti quei giovani che sono sempre più sfiduciati e meno rispettosi delle Istituzioni, prima fra tutte la Giustizia.

Ora, in tutto questo, è giusto chiedersi: ma Veronica Lario, dov’era?

Due le ipotesi: o la coppia era già “scoppiata” e la signora consapevole di non godere dell’immunità parlamentare si era dissociata da tutto ciò che gravava sul marito, oppure anche lei era, suo malgrado, coinvolta in chissà quali situazioni.
In tutte e due i casi, però, la signora sapeva…

E non regge nemmeno il “cavillo” delle veline , o della dignità di un matrimonio offesa da comportamenti di un uomo affetto forse da “esplosioni senili”, in quanto la signora Veronica non avrà certo dimenticato, che quando iniziò la sua relazione con il Cavaliere, costui per tutti era un “modello” di marito felicemente sposato e già padre di due figli.
Non solo, ma si è sempre professato fervente cattolico, ancor più da quando scese in politica, dato che i voti dei cattolici fanno gola a tanti.
Per non parlare delle tante volte che, in qualità di primo Ministro, è stato ricevuto dai vertici della Chiesa.

Ma torniamo a Veronica, cercando di capire cosa si prepari a contestare al marito in sede di eventuale separazione per “colpa”.

E’ noto che quando tra i due scoppiò la scintilla, Berlusconi era già sposato da quattordici anni con Carla Dall’Oglio.
Per nascondere la relazione, il cavaliere convinse l'attrice a trasferirsi al piano superiore di villa Borletti, a Milano, all'epoca sede operativa di Fininvest e studio personale di Berlusconi.
Per circa quattro anni, ad Arcore, il cavaliere recitò la parte del marito perfetto e a Milano quella dell'amante premuroso.
Nel novembre del 1983, Miriam Bartolini , Veronica, scoprì di essere in dolce attesa e il cavaliere la trasferì in una clinica ad Arlesheim, in Svizzera.
Non è dato sapere come e quando il cavaliere comunicò alla moglie i termini della situazione in cui si trovava da quattro anni.
Secondo Giorgio Dall’Oglio, la sorella subì uno shock.
“Mia sorella”, confidò Dall’Oglio, “ si è presa un forte esaurimento nervoso e una grave depressione. Il suo carattere è cambiato repentinamente. Inoltre, ha dovuto far ricorso alle cure dei medici, che le hanno consigliato di andare via da casa e vivere per qualche tempo lontano da Milano.”
( Fonte: http://www.splinder.com/myblog/comment/list/7676120 )

E poiché pensiamo che la signora Lario, sia consapevole del fatto che se lei avesse rifiutato di intraprendere una relazione extraconiugale con Berlusconi, forse si sarebbero risparmiate atroci e ingiuste sofferenze alla prima moglie del Cavaliere, ecco che non riteniamo che Veronica sia giunta alla decisione di un divorzio clamoroso, per fatti, veri o presunti, ma di cui a suo tempo ella stessa si era resa protagonista.

Non solo, ma la signora Lario, già tanti anni addietro lesse sui giornali di una intercettazione del 31 dicembre 1986 (ore 20.52) di una conversazione tra Berlusconi e Marcello Dell’Utri, conversazione che ancora oggi gira in internet e che riportiamo qui di seguito:
B. parla con Marcello Dell'Utri per le ragazze di Drive In.
«B: Iniziamo male l'anno!
D. Perché male?
B. Perché dovevano venire due di Drive In e ci hanno fatto il bidone! E anche Craxi è fuori della grazia di Dio!
D. Ah! Ma che te ne frega di Drive In?
B. Che me ne frega? Poi finisce che non scopiamo più! Se non comincia così l'anno, non si scopa più!».
Atteggiamento confermato da altre dichiarazioni dello stesso tenore: intervistato su Rtl 102.5, alla domanda «lei è fedele?», ha ghignato e dichiarato: «Le darò una risposta malandrina, sono stato frequentemente fedele”…
( Fonte: http://www.splinder.com/myblog/comment/list/7676120

E Veronica Lario, dovette anche scoprire la presunta love-story tra il marito e Francesca Dellera, altra vicenda che la signora scoprì nel 1993, nel pieno della passione, e da allora i coniugi Berlusconi vivono praticamente separati.

Dunque che motivo aveva la signora Lario di fare “tanto chiasso” per i comportamenti di un marito col quale manteneva in piedi solo un “matrimonio di facciata”?

Evidentemente i motivi vanno ricercati altrove e forse in vicende da cui la signora Lario vuole pubblicamente prendere le distanze senza ritrovarsi coinvolta da un momento all’altro in chissà quali incresciose situazioni.

E non è fantasioso ipotizzare che Berlusconi tema di dover affrontare una separazione per “colpa”, sede in cui fatti mantenuti sotto il più stretto riserbo, si rischia di doverli leggere sulla prima pagine dei giornali di tutto il mondo…

E non è forse vero che Berlusconi se la prende sempre con la stampa?

Ma scusate lui non è anche il più prestigioso editore e proprietario di giornali e televisioni?

E se una parte del suo patrimonio, spettasse di diritto a noi Italiani? 

Scusate, ma forse sarà meglio ricordare “in numeri” la situazione finanziaria di Berlusconi fino al giorno in cui ….. fu “costretto” a sacrificarsi per l’Italia, e scese in politica, pagando i suoi debiti, come avrebbe fatto qualunque uomo abbastanza per bene…

Un po’ di ripasso…

Era una domenica buia e tempestosa, la prima dell’ottobre 1993, quando ad Arcore Silvio Berlusconi convocò per cena i suoi colonnelli.

Da Adriano Galliani a Fedele Confalonieri, da Giancarlo Foscale a Marcello Dell’Utri.
La notizia era ferale «Franco Tatò è da domani il nuovo amministratore delegato della Fininvest».
Gelo. Ma così parlò Berlusconi quella sera, quando la sua discesa nel campo della politica era ormai decisa e non poteva prescindere da una svolta nella guida della Fininvest.

La scelta di Tatò, che dal 1991 guidava la Mondadori, ma che era visto come il fumo negli occhi sia da Dell’Utri, sia da Foscale, aveva un ben preciso significato: era il commissariamento della Fininvest, imposto dalle banche creditrici del gruppo.
Perché?
Semplice: perché il Biscione era letteralmente sull’orlo del fallimento.

Il bilancio consolidato di quell’anno stava per chiudersi con un fatturato di 11.550 miliardi, ma i debiti avevano raggiunto il livello monstre di 4 mila miliardi.
Per dare un’idea di cosa significava quel numero, in un momento in cui i tassi d’interesse applicati dalle banche erano tre volte quelli odierni, si può fare un parallelo con quanto oggi Berlusconi ripete sempre cavalcando il suo principale spot elettorale, quello della riduzione delle tasse.
Con i governi dell’Ulivo, dice Silvio, voi italiani lavorate per più di 6 mesi l’anno solo per pagare le tasse, mentre solo da luglio in avanti cominciate a guadagnare davvero.

Ebbene, nel 1992 Berlusconi aveva lavorato per le banche per tutti i 12 mesi dell’anno, visto che gli oneri del suo debito (556 miliardi) superavano addirittura l’utile operativo del gruppo, che era di 500 miliardi. Il bilancio si era chiuso con un risicato utile netto di 20 miliardi (0,17 per cento dei ricavi) solo grazie a qualche (peraltro legittimo) artificio contabile.

In quegli anni la situazione era talmente drammatica che il gruppo andava avanti grazie al lavoro della Istifi, una sorta di banca interna alla Fininvest, che utilizzava la cassa generata day by day dalla Standa per pagare le spese (compresi gli stipendi dei 30 mila dipendenti) di tutto l’impero.
Un giro che era possibile anche perché la Standa non pagava i fornitori.
O meglio, li pagava con 9-12mesi di mora. Solo così riusciva a generare il cash necessario per attivare il circolo virtuoso.

Ed era questo il principale motivo per cui Berlusconi aveva strapagato la casa degli italiani acquistandola dalla Montedison qualche anno prima e se la teneva nonostante i bilanci in profondo rosso che andavano ad appesantire l’indebitamento di gruppo.

In quel momento una bella parte della Fininvest era di fatto ipotecata a favore delle banche, a cui erano stati dati in pegno i pacchetti di controllo della Standa (54 per cento) e della Sbe (Silvio Berlusconi editore), che controllava la quasi totalità della Mondadori. I nomi dei gruppi bancari più esposti con Berlusconi sono quelli di Cariplo, Comit, Banca di Roma, Bnl, Montepaschi.

Sono loro a chiedere a Tatò di fare qualcosa e di farlo subito. E Kaiser Franz esegue: nel giro di un anno, il 1994, colloca in Borsa la Mondadori, incassa 800 miliardi, e avvia il processo di quotazione della Mediolanum, il gruppo finanziario guidato da Ennio Doris, ma controllato, allora come oggi, da un patto di sindacato paritetico con Fininvest, che frutterà altri 700 miliardi. In entrambi i casi Tatò riesce ad andare fino infondo perché coinvolge nelle due operazioni Mediobanca.

Senza Cuccia, che non ha mai amato Berlusconi, non sarebbe stato facile fare quei due collocamenti chiesti sarebbero poi rivelati decisivi per dare ossigeno al Biscione. E senza il trait d’union di Tatò Mediobanca non sarebbe mai arrivata ad aiutare Fininvest.

Il lavoro di Tatò si svolge in parallelo su tutto il fronte dei costi del gruppo, che vengono tagliati, ridotti, eliminati, non senza suscitare clamore e malumore in tutta una fascia di dirigenti che fino ad allora erano stati abituati a spendere e spandere perché l’importante era una cosa sola :crescere. In questo contesto Tatò si prepara a vendere anche la Standa, alla Rinascente.

L’operazione era già praticamente conclusa, quando per bloccarla si muove Berlusconi in persona, che non vuole rinunciare alla cassa e a 3mila miliardi di fatturato. E' il segno della rottura, che avviene nel1995, quando Tatò lascia la Fininvest per tornare in Mondadori (da cui se ne andrà un paio d’anni dopo), e al timone del gruppo sale Ubaldo Livolsi, l’uomo chiave nell’operazione finale del salvataggio di Berlusconi: la nascita e la quotazione in Borsa di Mediaset.

Livolsi lavorava nel gruppo già dal 1991, nella direzione finanziaria di cui era diventato il numero uno. Per 3-4 anni il suo compito, nell’ombra, è stato quello di risistemare i bilanci del gruppo per preparare l’«operazione wave», come era stato battezzato lo sbarco in Borsa.

Aveva acquisito la stima del sistema bancario e la fiducia totale di Berlusconi, anche perché, avendo a che fare con i bilanci del gruppo, si era trovato a trattare in prima persona anche lo scottante caso All Iberian (la finanziaria«riservata», all’estero, del gruppo), per il quale ricevette un rinvio a giudizio proprio alla vigilia della quotazione in Borsa di Mediaset.

Il lavoro di Livolsi era semplice: mettere in una nuova società, con un nome diverso da Fininvest, sia le televisioni (Rti) sia la pubblicità (Publitalia). Poi, per questa sorta di Fininvest 2, ribattezzata Mediaset e dotata di biscione d’ordinanza, bisognava trovare un gruppo di investitori disponibile ad acquistare il 10-20 per cento.

Un’altra quota analoga sarebbe poi stata collocata in Borsa. Risultato finale: raccogliere quei 3 mila miliardi che sarebbero serviti per azzerare sia il debito ereditato da Mediaset, sia il residuo rimasto in Fininvest. Il tutto, mentre Berlusconi, dopo il ribaltone della fine del 1994, era in lizza per tornare a Palazzo Chigi.

L’operazione riesce e va detto che, in effetti, il materiale non mancava perché tre concessioni tivù e la loro concessionaria di pubblicità avevano un preciso valore di mercato: almeno 5 mila miliardi.

Livolsi comincia con il mettere insieme alcuni investitori stranieri, e nel luglio del 1995, vara un aumento di capitale di Mediaset di 1.200 miliardi che viene sottoscritto da un vecchio amico di Berlusconi come Leo Kirch, da un magnate australiano dei media relativamente sconosciuto come Joahnn Rupert, e in piccola parte dal principe Al Waleed. Successivamente, sottoscrivono quote minori anche vari investitori istituzionali esteri, tra cui la Morgan Stanley guidata da Claudio Sposito, attuale numero uno di Fininvest. In dicembre entrano finalmente le banche italiane.

Le vecchie creditrici del Biscione rilevano il 5,2 per cento di Mediaset direttamente dalla Fininvest. Sono Imi, Montepaschi, San Paolo, Comit, Cariplo e Banca Roma. E' un passaggio fondamentale perché rappresenta il nocciolo duro del consorzio che, di lì a sei mesi, garantirà a Mediaset il collocamento in Borsa.
In particolare, risulta decisivo il ruolo dell’Imi di Luigi Arcuti,che guiderà la quotazione in Borsa, e che nell’operazione si assume, in qualche modo, la posizione di garante di Berlusconi nei confronti del mercato.
Anche la Bnl di Mario Sarcinelli svolge un ruolo importante perché entra in Mediaset in un secondo momento, in tandem con British Telecom che era destinata a diventare il partner strategico di telecomunicazioni del gruppo (una scelta che poi si rivelerà errata).

A tutti questi soci della prima ora Livolsi offre un’opportunità decisiva per capire il senso dell’operazione: comprate oggi, per rivendere domani, se volete. Infatti ai soci viene proposto di offrire al mercato parte delle azioni sottoscritte nel momento del collocamento in Borsa.

Ma anche di acquistarle sul mercato a prezzi prefissati: ai grandi soci vengono infatti riservate alcune opzioni per il futuro.
In tutto, tra Mediaset e Fininvest, vengono raccolti 2 mila miliardi. Poi, a luglio 1996, scatta l’operazione Borsa, con un collocamento da altri 2 mila miliardi, in parte attraverso un aumento di capitale di Mediaset, in parte con la vendita di azioni realizzata da Fininvest e dai nuovi soci. Il risultato è un successo: l’offerta (a 7 mila lire per azione) va esaurita il primo giorno.

Per Berlusconi è un bel risultato, visto che è riuscito a salvare il gruppo, a incassare 4 mila miliardi e, nello stesso tempo, a mantenere il controllo di Mediaset, che dopo l’«operazione wave» rimane comunque controllata dalla Fininvest al 49 per cento.
Gli altri soci, nel tempo,ridurranno tutti la loro partecipazione.
Al punto che , dietro a Fininvest (che ha il 48, 3 per cento di Mediaset), dei grandi soci della prima ora rimasero solo Bt, con il 2,1per cento, e Al Waleed, con il 2,3 per cento

(Fonte: http://www.societacivile.it/primopiano/articoli_pp/berlusconi/debiti.html)

di Gabriella Pasquali Carlizzi - Lunedì 4 Maggio 2009
 

“DIVORZIO SILVIO –VERONICA” : UN EVENTO SU CUI RIFLETTERE…E FAR RIFLETTERE…
E I MASS-MEDIA, QUANTA RESPONSABILITA’ HANNO?
PER COLORO CHE HANNO UNA VESTE PUBBLICA, LA VITA PRIVATA E’ ANCORA UN DIRITTO?
E’ SOLO UNA QUESTIONE DI “VELINE”, O IL VERO PROBLEMA E’ LA SOLITUDINE IN CUI OGGI SONO LASCIATE LE DONNE, LE MOGLI, LE COMPAGNE?...
IL FALLIMENTO DELL’UOMO IN QUANTO TALE, DIVENTA ARROGANZA AL PUNTO DA FAR DIRE AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO FRASI DEL TIPO: “LE CONCEDERO’ IL DIVORZIO”?...OPPURE IL NOSTRO “IMPERATORE” NON SA CHE TANTI ANNI FA, L’ISTITUTO DEL DIVORZIO FU SVINCOLATO DALLA CONCESSIONE DEL PARTNER DA CUI SI CHIEDE DI DIVORZIARE?
O DOBBIAMO ASPETTARCI L’ENNESIMO DECRETO LEGGE AD PERSONAM…?

 
La notizia del divorzio in casa Berlusconi non ci sorprende, seppure per coloro che sanno cosa è un matrimonio, è sempre doloroso immaginare il momento drammatico in cui una donna, soprattutto una donna, per sopravvivere decide di dire “Basta!”.

E la donna, prima di giungere ad una scelta del genere, per sua natura riflette a lungo, a volte anni, non mesi, anche perché nel caso in tale scelta avesse un peso anche una eventuale alternativa sentimentale, non manca certo alla donna quel senso di “equilibrio” capace di vivere due storie insieme, una per così dire istituzionalizzata, e l’altra una parentesi emotiva.

In fondo oggi, senza per questo volersi associare alle cosiddette “femministe”, se solo facciamo un’analisi del comportamento degli uomini, al di là se ricchi o poveri, belli o brutti, colti o ignoranti, queste “bestiole” sono i più abili giocolieri di un circo di illusionisti capaci di far sognare una donna, perfino farla immedesimare nella magia dei “due cuori e una capanna”, e poi lasciarla sola nella capanna mentre loro, sono costretti a stare fuori giorno e notte, per portare il pane a casa.

E quando rientrano sono giustamente stanchi, e li vedi ciondolare con la testa davanti al televisore, pronti però a “riprendere i sensi” appena squilla il cellulare… impegni di lavoro…

E badate che il problema non è solo il pane da portare a casa, le rare volte che ci riescono, ma più si è agiati o si rivestono cariche importanti e più il concetto di “famiglia” di “moglie” scendono al livello del mercato, beni da mettere in mostra per catturare le simpatie e i consensi di un paese ancora legato alle tradizioni.

Tanto più, come nel caso del “Berlusca”, che ha imposto all’Italia un modello americano, e quando ci si presenta ad una nazione che si vuole governare, distribuendo foto patetiche, mano nella mano con la moglie, o la corsa con i figli mentre li si accompagna a scuola, se poi al malaugurato capita tra capo e collo la bastonata di un divorzio, ecco che il livello di popolarità sale vertiginosamente nel momento dello “scandalo”, per poi precipitare nell’abisso quando si torna alle urne per votare.

Che tra Silvio e Veronica ci fosse una divergenza di vedute diametralmente opposte, non era un mistero, basti ricordare la posizione assunta dalla “Signora” in proposto del ruolo dell’Italia alleata con l’America nella guerra in Irak, e quando su temi di tale importanza non si è sulla stessa linea, ciò evidenzia conflitti profondi e che chiamano in causa non solo le idee, il libero pensiero,ma anche e soprattutto la morale, i sentimenti.

Già, i sentimenti….

Viene da chiedersi se gli uomini provino davvero i sentimenti, o se magari li confondano con quel millantato “senso del dovere” o con l’istinto del maschio, o qualche emozione creata di tanto in tanto dall’atmosfera giusta, una festa, una ricorrenza, un ricordo…

L’uomo di oggi, se lo trattieni più di qualche ora, di domenica, in casa o in compagnia con la propria moglie, o compagna che sia, e con i figli, se lo guardi bene in faccia, dietro il sorriso di circostanza, si rompe le palle, si annoia, non si realizza, sembra un “castigato” e quando arrivano le tanto attese vacanze, ecco che te lo ritrovi nelle vesti invadenti del dittatore, mentre anche quando sali in barca per goderti una giornata fuori dal “mondo”, guai a dirgli di spegnere il cellulare, o di lasciare l’agenda a casa…

E il dialogo dove è finito?

O lo si ritrova solo a letto quando i sensi reclamano soddisfazione, per poi piombare nel sonno convinti di aver dato tutti se stessi alla propria donna?

Del divorzio tra Berlusconi e la sua seconda moglie, attenzione che il Cavaliere è recidivo!, se ne parla data la notorietà della coppia, ma avete mai pensato di quanti divorzi non si parla, sebbene accomunati e determinati da identiche motivazioni?

Certo in casi di coppie famose, la stampa ci inzuppa il pane, anzi a volte diviene la causa scatenante della separazione, basta una foto “riservata”, un articolo piccante e qualche insinuazione di troppo, e la coppia “scoppia”….

Ma, pensate che sia sufficiente un po’ di carta spazzatura per indurre una donna a spezzare con un colpo secco la propria vita?

O credete che quando una donna dice basta, non soffra, o smetta all’improvviso di amare, o si sia presa la “cotta” per chissà quale principe azzurro….

No, la donna, colei che prende la decisione, soffre terribilmente, soffre perché non può più mentire a se stessa, ai propri figli, soffre perché il suo progetto di vita è stato tradito…

Questo è il vero tradimento, non certo quello che fa sentire gli uomini “cornuti”, il vero tradimento sta nel non realizzare insieme la vita che pure ci si era vicendevolmente promessa.

Ed è assai raro che la donna manchi per prima a questa promessa, la donna, anche quando non ne ha voglia, deve preoccuparsi della famiglia, della casa, dei figli, deve essere presente spiritualmente in tutto ciò che fa di ella stessa un punto di riferimento.

La donna oggi deve mettersi sempre più spesso da parte, per compensare l’assenza dell’uomo, e magari vedere i propri sforzi vanificati in un attimo, quando l’uomo compare all’improvviso, e per farsi “perdonare” la poca presenza, concede permessi o elargisce premi o regali, senza nemmeno informarsi su chi merita, su chi avrebbe bisogno di un polso più fermo, e non si degna di leggere nel volto della compagna la fatica di chi svolge il ruolo di educatrice ed anche quello di un educatore che non c’è.

E guardiamo un attimo a come si mostra l’uomo, quando è in pubblico e quando è in privato.
Lo vediamo, composto, elegante, scherzoso,, socievole, simpatico, e la gente ne fa un idolo, un esempio, e pensa a quanto è fortunata la moglie, ad avere un marito così…
Anzi, se la moglie è conosciuta come una donna dal carattere forte, quell’uomo diventa addirittura un santo.

Lo stesso uomo, torna a casa, si toglie le scarpe e le lascia lì…. Va al bagno, si lava le mani, e non bada se magari schizza con l’acqua il pavimento…

C’è una giornata da raccontarsi a vicenda con la famiglia, ma lui è stanco, finalmente può leggersi il giornale…. Mentre, guai a distrarlo dal Tg e se capita anche la partita…
E’ l’ora di cena, l’ipocrita fa anche qualche complimento, a tavola c’è il suo piatto preferito, qualche battuta affettuosa, poi ….

E poi?

Nulla, la giornata finisce lì….

Nel caso di un “Berlusca” è raro che si ceni con la propria moglie, la politica si sa, si fa di notte, e di giorno si ha troppo sonno per governare bene….

Povere donne?
No, meglio dire, poveri uomini, che stanno mostrando da dopo tangentopoli in particolare, il peggio di loro stessi…

Attenti però, la solitudine della donna, può avere risvolti drammatici…