Una finestra nuova, per tutti, aperta sulla strada, sul mondo, ... lontana dai poteri, vicina alla gente, ... curiosa, rispettosa, amica, ... aperta allo scambio, alla battuta, al saluto, alla discussione, alla polemica, ...incline alla pace, ... ansiosa di verità, ...anche provocatoria se necessario, ... puntuale, ... intrigante, ... attesa, ............
di Gabriella Pasquali Carlizzi - Venerdì 27 Giugno 2008

IL CASO ORLANDI: OGNI VOLTA CHE I RICATTI INCROCIATI RISCHIANO DI VACILLARE PER CHI DETIENE ANCOR OGGI COME PREZIOSO OSTAGGIO, E SOPRATTUTTO VIVA, EMANUELA ORLANDI, SPUNTA IL “TESTIMONE DI TURNO” PRONTO A DIRE: “LASCIATE OGNI SPERANZA VOI CHE SAPETE…”. COME FA LA MAGISTRATURA INQIRENTE AD APRIRE UN’INCHIESTA, PERALTRO MAI CHIUSA, SULLA BASE DI RIVELAZIONI SUPPORTATE DA CITAZIONI DI TESTIMONI, TUTTI IMMANCABILMENTE GIA’ MORTI?
SE ANCORA C’ERANO DUBBI SULLE TANTE DICHIARAZIONI RESE DA PIU’ PARTI, COMPRESA LA SOTTOSCRITTA, DICHIARAZIONI CHE HANNO SEMPRE ASSERITO CHE EMANUELA ORLANDI, GRAZIE A DIO E’ VIVA E IN BUONA SALUTE, ECCO CHE OGNI DUBBIO SVANISCE GRAZIE ALL’UTIMA TESTIMONE CHE AFFERMA INVECE CHE EMANUELA E’ MORTA, E FA IL NOME DI CHI ALL’EPOCA NE ORDINO’ IL RAPIMENTO…. MA QUAL’E’ IL “MESSAGGIO” CRIPTATO NEL RACCONTO DELLA TESTIMONE? IN REALTA’ COSTEI VUOLE DIRE: “ CONSIDERATE LA RAGAZZA COME MORTA E NON PROVATE NEMMENO AD IPOTIZZARE IL CONTRARIO, PERCHE’ CHI NE ORDINO’ IL RAPIMENTO FU IL POTENTISSIOMO MONSIGNOR MARCINCKUS”… POI , CONOSCENDO LE DIFFICOLTA’ PROCEDURALI AGGIUNGE: “PER RITROVARE IL CORPO DELLA RAGAZZA BISOGNEREBBE CERCARE NELLE TOMBE VATICANE DOVE E’ SEPOLTO INSIEME AI PAPI L’EX CAPO DELLA BANDA DELLA MAGLIANA, DE PEDIS….”

 

Mi chiedo cosa stia pensando in questo momento il professor Francesco Bruno, Criminologo del Sisde, il quale provò a fornire agli inquirenti indizi molto interessanti a sostegno che Emanuela Orlandi è viva, e ben protetta non lontana dal Vaticano.
E il professor Bruno non fu nemmeno il solo a “istigare” eventuali e doverosi “atti dovuti” Atti che forse non furono espletati sulla base di quanto il professore dichiarò, pur essendo persona credibile.
Ed è apparsa strana l’assenza del Criminologo, due sere fa, tra gli ospiti autorevoli di Matrix la trasmissione condotta da Mentana….che ha affrontato il caso con il pubblico televisivo.
Ciò che tuttavia rappresenta la maggiore garanzia sulla certezza che Emanuela sia in vita, traspare dallo sguardo bellissimo della mamma che non traduce il sentimento della speranza, bensì spazza via finanche il dubbio o il timore che la propria figlia sia morta.
E consentitemi di ritenere non conforme al caso specifico, nemmeno il generico paragone sul piano psicologico espresso da Federica Sciarelli conduttrice di “Chi l’ha visto?” quando ha commentato il comportamento della signora Orlandi come “normale” per tutte le mamme che vivono situazioni simili, ed ha citato la signora Pipitone, mamma della piccola Denise.
No. No. No.
A parte la convinzione dell’intera famiglia di Emanuela, ripeto, la verità sta scritta negli occhi e nell’espressione del volto della mamma, un’espressione lucida, ferma, e quasi severa verso chiunque si azzardi a dire che Emanuela è morta.
Questo caso lo seguii personalmente fin dall’inizio, ma come ormai sembra essere una consuetudine di comodo, derivante da poteri occulti, il fatto che più volte io abbia tentato di parlarne con gli addetti ai lavori, si è rivelato un inutile sforzo, perché nessun magistrato, pur disponendo nei miei confronti di strumenti punitivi in caso di mancato riscontro alla mia testimonianza, si è mai degnato di convocarmi.
E l’ormai vergognoso alibi che qualcuno ancora avanza su una mia presunta non credibilità, sta rendendo ridicolo l’intero sistema giudiziario, atteso che di persone realmente non credibili se ne ascoltano oltre la logica oggettiva, anche perché, o credibile o non credibile, è obbligatorio assumere a verbale chiunque poi sia disponibile a firmarlo responsabilmente.
Anzi, in ordine ad altri casi irrisolti, e dei quali ancora oggi sono in possesso non di indizi ma di prove, se le relative famiglie delle vittime, tramite i loro avvocati rappresentano agli inquirenti il desiderio di ascoltare quanto io ho da dire, le stesse famiglie subiscono intimidazioni e dissuasioni autorevoli, fino ad essere costrette a rinunciare ad un loro legittimo diritto.
Tutti si chiedono: perché ci si comporta così con Gabriella Carlizzi?
Non temo di rispondere io stessa.
Infatti chi di dovere sa bene che io sono a conoscenza di molte verità riscontrabili, verità che toglierebbero il velo del mistero e di conseguenza farebbero crollare il mercato dei ricatti incrociati sui quali campano esperti, mass-media, politici, e quanti altri considerano il recupero della verità come un evento pericoloso per le tasche dei poteri occulti, deviati, sporchi e trasversali.
Ebbene, all’epoca del “rapimento” di Emanuela Orlandi, persone che mi conoscevano anche nell’ambito delle mie parentele, seppero quanto io avevo direttamente appreso da un mio prozio, potente Cardinale e morto alcuni anni fa. Non a caso, a mio marito architetto, l’APSA (Amministrazione Patrimonio della Santa Sede) , i responsabili facevano prestigiosi incarichi al fine di liquidare una parte di preziosi immobili di proprietà del Vaticano. Ed anche di questo sono in grado di produrre prove documentali.
Fu così che un giorno ricevetti la telefonata di una Suora dei Servizi Segreti del Vaticano, Suora che naturalmente operava sotto copertura e falsa identità, tale “Suor M.” la quale mi chiedeva se potevo riceverla insieme ad un notissimo conduttore televisivo che all’epoca curava una trasmissione in qualche aspetto simile a “Chi l’ha visto?”.
Chiesi quale fosse il motivo di tale visita, ma la Suora al telefono fu evasiva, mi disse solo che era una vicenda molto delicata ed anche pericolosa, temendo di essere ella stessa pedinata e ascoltata al telefono.
Come nipote del Cardinale S.G. , non me la sentii di rifiutare la richiesta di detto incontro e pertanto le fissai un appuntamento presso la sede dell’Opera di Carità, fondata negli anni sessanta da Padre Gabriele Maria Berardi, noto in tutto il mondo come Esorcista, tanto che lo chiamavano “il Padre Pio di Roma”.
Fu così che nel giorno stabilito, si recarono in via Rovigo 16, la Suora accompagnata dal noto conduttore C.A.
Li feci accomodare e Suor M. introdusse il discorso con estrema diplomazia, dicendomi: “Sai Gabriella, (confesso che mi stupì l’immediato “tu”, troppo confidenziale per chi mi incontrava per la prima volta), conosciamo la tua forte personalità e la tua onestà intellettuale, ma non devi offenderti per quanto ti chiederà il dottor A. , non dipende da lui che sarebbe ben lieto di averti ospite nella sua trasmissione, purtroppo c’è qualcuno che se sapesse che certe informazioni provengono da te, metterebbe subito i bastoni tra le ruote …. “ E rivolta al suo accompagnatore lo invitò ad espormi l’argomento per il quale erano venuti a trovarmi.
Il dottor A., con un certo imbarazzo esordì: “ Signora Carlizzi, sappiamo che lei è a conoscenza che Emanuela Orlandi è viva, e che si troverebbe ben protetta nei pressi del Vaticano.
Come lei sa, io sto seguendo il caso nella trasmissione da me condotta e vorrei, anche a nome degli autori, chiederle se lei è disposta a svelarci quanto le risulta rinunciando a che si faccia il suo nome, nel senso che sarebbe la trasmissione a vantare la paternità delle informazioni.
In fondo per lei sarebbe come evitare di assumersi eventuali responsabilità, qualora la magistratura inquirente non trovasse riscontro a quanto da lei asserito…..”.
Lo interruppi: “Dottor A. la prego di alzarsi immediatamente e di uscire da questa stanza. Mi dispiace per Suor M. che non mancherò in seguito di contattare io stessa in qualche modo, ma mi creda, mai avrei pensato che un giornalista del suo spessore e che stimavo, cadesse tanto in basso.
Dica pure ai suoi interlocutori che preferiscono rimanere nell’ombra, che sono tuttavia personalmente a loro disposizione, non solo per confermare che la ragazza è viva, ma per accompagnarli a prenderla, anche in questo momento, se vogliono.
Ma ci si dimentichi che la soluzione di questo caso possa essere da me ceduta ad altri. Lei sa molto bene che sono stata “Assistente Volontaria” nel Supercarcere di Paliano, ove ho seguito in particolare un detenuto, un pentito della Banda della Magliana, molto vicino a De Pedis per il ruolo che svolgeva all’interno della Banda.
E sa anche che il mio parente Cardinale ha svolto incarichi di Tesoreria presso la Santa Sede … se ben ricordo si occupò anche della liquidazione del patrimonio di Padre Pio…
Le dico questo per farle capire anche qualcosa che potrebbe riguardare personaggi molto vicini allo Ior. Ora per favore la prego di andarsene.”
Il conduttore era in piedi davanti a me, si diede uno sguardo con la Suora e insistette: “Signora Carlizzi da queste sue poche parole sono sempre più convinto che lei conosce la verità, e se accettasse di non comparire, noi per ringraziarla potremmo elargire una consistente somma per la sua Opera di Carità…. Magari anche con il sostegno della Santa Sede….”
Ed io: “ Vede dottor A. forse lei non sa che tra Padre Gabriele, fondatore di questa Opera, e il Vicario di Roma Cardinale Poletti sono corsi sempre ottimi rapporti, rapporti che sono poi continuati con me che ho sempre portato offerte per le necessità del Vicariato di Roma, anzi ho proprio qui sulla scrivania una lettera di Poletti in cui mi ringrazia per la generosa offerta….” Gliela mostrai, e a questo punto, scuotendo la testa, mi salutò in fretta con un laconico: “Mi dispiace… peccato…”.
Da quel giorno incontrai molte altre volte Suor M. (quando feci scoppiare lo scandalo a Monreale per l’Arcivescovo Salvatore Cassisa), la quale comprese di aver fatto una mossa sbagliata nel portarmi l’illustre conduttore, e mi disse pure che aveva riferito al Santo Padre di quanto si era verificato e del mio rifiuto a non comparire nella vicenda.
Giovanni Paolo Secondo, era molto vicino sia a me che a suo tempo a Padre Gabriele, quando grazie all’Opera di Carità più volte Padre Gabriele riuscì a far arrivare aiuti in Polonia, nonostante non fosse consentito.
Chiesi pertanto a Suor M. come il Santo Padre aveva commentato il mio rifiuto alla proposta del conduttore, e la Suora mi rispose: “Sai Gabriella, ha stupito anche me… Ha detto che sei stata ispirata dallo Spirito Santo, perché quella ragazza è un ostaggio nelle mani di chi vuole gestire la stessa volontà del Papa. Ha detto che forse dopo la sua morte Emanuela un giorno ricomparirà, a meno che non si creino nuovi ricatti per chi sarà il suo successore alla Cattedra di Pietro, ma ha sottolineato che cercarla adesso sarebbe come farla uccidere…meglio non muovere le acque….”
“Si, risposi, posso capire, ma la famiglia di Emanuela soffre terribilmente…” … Suor M. mi interruppe: “ Gabriella, proprio tu che hai tanta Fede dici questo? Pensi che lo Spirito Santo non parli al cuore dei familiari, rassicurandoli che la ragazza è viva e sta bene?”
Guardai Suor M. e ammiccai un mezzo sorriso, un po’ malizioso:” Vogliamo chiamarlo davvero “Spirito Santo” oppure potrebbe avere un nome diverso…?” La Suora a sua volta mi guardò e tacque… ed io rimasi con la sensazione di un silenzio più eloquente di una risposta.
Ma in fondo quale era la verità che il conduttore voleva portare a conoscenza della pubblica opinione? Come si erano svolti veramente i fatti?.
Diciamo che la “supertestimone” che ha riportato alla ribalta il caso in questi giorni, qualche pezzo di “verità” seppure manipolata ad hoc l’ha detta, anche se il vero scopo per cui è stata “mandata” è quello di mettere davvero sulla vita di Emanuela una pietra tombale, vale a dire convincere che sia morta, anche a costo di ucciderla davvero.
All’epoca dei fatti, i Servizi Segreti della Santa Sede ebbero segnali di allarme circa la preparazione del rapimento di una ragazza cittadina vaticana allo scopo di “ricattare” il Santo Padre perché tacesse su altri eventi drammatici e scandalistici nonché massonici, che in qualche modo avrebbero potuto chiamare in causa esponenti del Vaticano.
Il rapimento sarebbe stato organizzato dalla Massoneria internazionale e deviata con la complicità di Autorità italiane che non avevano visto di buon grado l’elezione di un Papa polacco. Woityla , informato dai suoi Sevizi di quanto era in procinto di verificarsi, consultatosi con personaggi di sua fiducia, fu consigliato a precedere i veri rapitori, in modo da fare apparire come “vero” il rapimento della Orlandi, al fine di proteggerla e di salvarle la vita.
E l’intento riuscì, anche se negli anni che seguirono la ragazza, poi donna, di fatto divenne “ostaggio” nelle mani di chi si opponeva a talune decisioni del Papa, tanto più da quando la malattia lo rese sempre più fragile agli occhi del mondo.
Ci fu un momento particolare, in cui la Orlandi stava per essere veramente uccisa, se il Santo Padre non avesse accettato ob torto collo e in gran segreto, di abbandonare ogni suo potere decisionale, pur apparendo nel pieno possesso del suo mandato fino al giorno della sua morte.
Mi chiedo e chiedo: “Possibile che nessuno si sia accorto, o si è preferito chiudere gli occhi sul fatto più eloquente e dal quale si poteva risalire alla verità del caso Orlandi?
Possibile che nessuno si sia accorto che Papa Woityla ha siglato per l’ultima volta il suo testamento nell’anno 2000?
Perché mai, se solo pensiamo cosa nel mondo si è verificato dal 2000 in poi, negli anni successivi che pure lo videro viaggiare da un oceano ad un altro, finchè ebbe fiato per l’ultimo respiro?.
A quale ricatto fu sottoposto e da parte di chi, pur di salvare la vita all’ostaggio Emanuela Orlandi?
Concludo con un mio personale pensiero: meglio non cercare chi è ancora vivo , che rischiare di trovare morto chi ha ancora tanta vita davanti a sé.
Rimango pur sempre a disposizione della magistratura inquirente e dei familiari di Emanuela, nel caso volessero consultarmi come persona informata sui fatti.
27 Giugno 2008
 
Gabriella Pasquali Carlizzi

 

 

P.S.
PUBBLICHIAMO UN ARTICOLO CHE LA GIORNALISTA GABRIELLA CARLIZZI RILASCIO’ SUL SITO WEB WWW.DISINFORMAZIONE.IT GIA’ IN DATA 6 MAGGIO 2004. TALE NOSTRA ESIGENZA TROVA RAGIONE NEL PREVENIRE QUANTI , ALLA LUCE DI CIO’ CHE IN DATA ODIERNA LA GIORNALISTA HA SVELATO CIRCA IL SUO INTERESSAMENTO AL CASO ORLANDI, SI PREPARANO A CONSIDERARE L’ALTO SENSO CIVICO DI GABRIELLA CARLIZZI COME UNA “MANIA DI PROTAGONISMO”, PER IL SEMPLICE FATTO CHE DA CIRCA TRENT’ANNI SVOLGE INTENSA ATTIVITA’ DI GIORNALISMO INVESTIGATIVO E PERTANTO E’ A CONOSCENZA DI MOLTE VERITA’….SCOMODE. QUI DI SEGUITO POTETE LEGGERE CIO' CHE FU PUBBLICATO IN TEMPI NON SOSPETTI SU WWW.DISINFORMAZIONE.IT.


Foto-Didascalia

Home Page : Manifesto per la scomparsa di Emanuela Orlandi

Nell'articolo in successione :

1. Manifesto per la scomparsa di Emanuela Orlandi

2. Articolo sulla banda della Magliana

3. Enrico De Petis

4. Papa Wojtila "dietro le quinte" da Repubblica.it

5. Vista dello Stato del Vaticano

6. Cardinale Sergio Guerri

7. Cardinale Paul Marcinkus

8. Mappa in prossimità Sala Nervi

9. Santa Appolinare

10. Padre Gabriele Maria Berardi

11. Copertina de "L'Altra Repubblica" numero 1 del 1994

 

 

di Gabriella Pasquali Carlizzi - Martedì 12 Maggio 2009

BAGNO A RIPOLI: “ CULTURA DEL SOSPETTO” O “RAGIONEVOLE DUBBIO”?
“SE MI LASCI MI TAGLIO LE VENE”, QUESTO E' IL TENORE DEGLI SMS CHE LAPO INVIAVA A GIULIA...
QUALCHE RIFLESSIONE SUL PROFILO CRIMINOLOGICO DELLE DUE VITTIME, NELL'AMBITO DELL'ANALISI DI UN DELITTO DOVE I CONTI, A PARER NOSTRO, NON TORNANO...

Viviamo tempi in cui nella maggioranza dei casi che inquietano la vita di tutti i giorni, sembra prevalere quella che si è soliti definire la “cultura del sospetto”, e spesso si rivela tale quando i nostri dubbi sono spazzati via da fatti incontestabili ed oggettivamente credibili.

Vi sono però situazioni in cui sia pure per una sequenza di “coincidenze” o collegamenti a circostanze pregresse ma tuttavia logiche, va considerato nel libero pensare di ciascuno quello che potrebbe rappresentare un “ragionevole dubbio”.

La tragedia che si è consumata qualche giorno fa a Bagno a Ripoli e che vede come vittime due ragazzi tormentati da un sentimento sicuramente morboso e dunque travagliato, è stata pacificamente considerata dagli investigatori la drammatica fine di due vite chiuse in un fascicolo processuale con su scritto “omicidio-suicidio”.

Infatti secondo gli inquirenti il tutto sarebbe degenerato fino alla morte di Giulia e Lapo, nel contesto di una lite che doveva concludersi con una riappacificazione o con un addio tra i due.

Risulta che le vittime fossero da tempo legate sentimentalmente ma che per problemi interni alla coppia Giulia aveva deciso di porre fine a questo fidanzamento.

Lapo non voleva rassegnarsi, e pur avendo tentato di dimenticare questo amore andandosene per un periodo all'estero, appena rientrato a Bagno a Ripoli ha sperato nuovamente di poter riconquistare la sua ragazza, in un crescendo di toni esasperati ma tutti volti al suo non poter più vivere senza di lei.

Di qui il ricorso alle tante forme di corteggiamento, nuovi regali, nuove prospettive, insomma pur con atteggiamenti “ossessivi” nulla faceva trapelare un qualche pericolo per la vita di Giulia.

Per Lapo, Giulia era tutto, era una cosa “sacra”, e per lei Lapo era pronto anche a morire, ma non certo ad ucciderla.

Ora se analizziamo questa storia da un punto di vista criminologico per tracciare il profilo e la psicologia dei due giovani, non troviamo elementi capaci di giustificare la contestualità dell' “omicidio-suicidio”, e tanto meno si giustifica l'omicidio.

La scienza ci insegna che nelle forme più esasperate dei sentimenti , quando si minaccia il suicidio, è perché si è pronti a rinunciare alla propria vita per l'amore verso un'altra vita.

Lapo da un lato sperava di riconquistare Giulia, e forse credeva che minacciando il suicidio la giovane avrebbe acconsentito a riprendere la relazione, ma sicuramente in tale contesto Lapo non avrà mai pensato di uccidere la donna che tanto amava.

E d'altra parte Giulia doveva essere serena per la propria incolumità se ha accettato di incontrarsi con Lapo in un luogo appartato, dove il giovane avrebbe potuto farle del male.

Ma osserviamo un attimo la scena del delitto.
I corpi dei giovani vengono ritrovati a cinque o sei metri di distanza l'uno dall'altro ed in mezzo un coltello, l'arma del delitto.
L'auto di Lapo era chiusa a chiave.
Immaginiamo che i due si fossero dati un appuntamento, che Giulia fosse salita a bordo dell'auto di Lapo e che i due per chiarire il loro rapporto si fossero appartati consensualmente.
Parlano verosimilmente restando all'interno dell'auto, e non possiamo escludere che si sia accesa una discussione anche animata, sicuramente nulla di pericoloso, sicuramente difficile pensare ad un raptus, benchè "logico" data la situazione, magari uno sfogo disperato del giovane.

Infatti se pensiamo ad un'esplosione di una lite vera e propria, verrebbe spontaneo pensare che il ragazzo avesse tirato fuori un coltello all'improvviso, e colpita a morte la fidanzata si fosse poi tolto la vita.

I corpi sarebbero stati così ritrovati all'interno dell'abitacolo e l'interpretazione di un “omicidio-suicidio” sarebbe apparsa più verosimile.

Seconda la ricostruzione ufficiale dei fatti, i due ragazzi giunti sul luogo, avrebbero iniziato a discutere in macchina poi sarebbero scesi mentre lui aveva già preso un coltello ben visibile, ed addirittura chiuso l'auto a chiave.

Non solo, ma la donna che tanto amava prima di essere massacrata a coltellate viene picchiata, presa a calci e poi finita.

Subito dopo Lapo si toglie la vita con tre tagli alla gola, evidentemente non riesce al primo colpo insiste una seconda, poi una terza volta e sembra che il coltello  sia stato ritrovato ad una certa distanza dal corpo.

E ancora, il cadavere di Giulia appariva a pancia in giù, segno del disprezzo che si ha di una persona anche dopo averla uccisa, ma anche segno di una punizione.

Erano questi i sentimenti che Lapo provava per la sua ragazza?
Eppure all'appuntamento era andato con un altro regalo, e dunque come si può arrivare ad un gesto tanto efferato se si nutrono sentimenti sia pure morbosi ma che ancora donano, e dunque privi di rivendicazione o d vendetta?

E quel biglietto trovato nell'auto di Lapo, un addio ai propri genitori del tutto inconsueto visto che nel contenuto si evidenzia un pensiero che appare quasi una provocazione.

Scrive infatti Lapo : “...e magari fate anche un altro figlio, in questo modo sarete più felici. Io vi guarderò sempre dal cielo, sarò il vostro angelo...”.

E' difficile che una persona che uccide e poi si uccide, pensi di andare in cielo e diventare un angelo!

E Lapo, era una persona colta, e di religione cattolica.

Dunque da un lato lui chiede perdono per il gesto estremo e quindi è consapevole dell'importanza che ha per la propria famiglia, dall'altro lato propone ai genitori una sostituzione, un rimpiazzo, quasi a disprezzare il dolore stesso che i poveretti avrebbero provato per la morte violenta del proprio figlio.

Questi due elementi non sono compatibili in una unica mente, e per tanto vi è il sospetto che qualcuno, consapevole dello stato di esasperazione di Lapo, dovendo compiere un duplice delitto, camuffato da “omicidio-suicidio”, abbia costretto il giovane a scrivere questo “addio alla vita” sotto dettatura, usando toni che rasentano il sadismo

Ed allora potremo immaginare uno scenario completamente diverso.

Qualcuno aspettava sul posto i due giovani, magari aveva saputo del loro appuntamento e dove si sarebbero diretti.
O quel luogo era loro consueto, e il “qualcuno” ne era informato.

I ragazzi, una volta appartati, mentre discutevano in auto sono stati fatti scendere e dove aver massacrato la ragazza, costretto Lapo a scrivere il biglietto d'addio, si è simulato il suicidio, lasciata l'arma del delitto, e chiusa a chiave la Golf.

Gli assassini si sono dileguati e i corpi lasciati lì... qualcuno li avrebbe ritrovati.

E qualcuno infatti si li è visti sotto gli occhi, ridotti in quel modo.

Riccardo, motocrossista di 17 anni, di fronte a questa scena non chiama i carabinieri col cellulare ma si reca in una casa lì nei pressi, racconta quello che ha visto alle persone che lo ricevono e che a loro volta telefonano alle forze dell'ordine.

Dobbiamo pensare che Riccardo non avesse con se un cellulare?

E' possibile, ma è anche strano.

Ed analizziamo un altro elemento: l'incontro tra le famiglie delle vittime.

E' noto che abitassero a pochi metri di distanza e che si conoscessero..
Si sa che sono famiglie religiose e che lo stesso parroco si è prodigato in questi giorni per lenire un dolore così grande.

Possiamo anche comprendere che vi sono persone di animo nobile, e che non conoscono sentimenti come il rancore, l'odio, la vendetta, e dunque affrontano vicende tanto gravi con compostezza e dignità.

In questo caso, al di là del raptus di follia, della disperazione o di quanto può alimentare l'immaginario collettivo vi è una realtà: “...El tu' figliolo si sarà pure tolto la vita ma prima ha ammazzato la 'mi bimba”...

A poche ore da un delitto così atroce è difficile pensare ad un incontro di condivisione del dolore tra la famiglia del “carnefice” e la famiglia della “vittima”.

Quali sono le vere ragioni che hanno indotto un incontro così "affrettato"?

Forse le stesse famiglie, magari consigliate dal parroco sono state invitate a non pronunciare alcun sospetto che possa in qualche modo creare allarme alla comunità di Bagno a Ripoli?

Consentiteci “un ragionevole dubbio”...

di Gabriella Pasquali Carlizzi - Domenica 14 Marzo 2010

DELITTO DI VIA POMA: VANACORE SUICIDA? IMPROBABILE…
PIU’ VEROSIMILE PENSARE CHE SIA STATO “SUICIDATO”…
ESATTAMENTE COME SI ERA IPOTIZZATO GIA’ NEL 1995 QUANDO L’INCHIESTA COORDINATA DALL’ALLORA PROCURATORE AGGIUNTO ITALO ORMANNI E DAL SOSTITUTO SETTEMBRINO NEBBIOSO IMBOCCO’ LA DIREZIONE GIUSTA, DIREZIONE DI CUI INCOMPRENSIBILMENTE SI PERSERO LE TRACCE.
CHE FINE HANNO FATTO I RISULTAI DELLE INDAGINI CUI APPRODARONO, BENCHE’ ASSAI INQUIETANTI, I DUE MAGISTRATI? ANCHE ALL’EPOCA SI DISSE CHE SE CI FOSSE STATO UN PROCESSO, VANACORE NON LO AVREBBERO FATTO ARRIVARE VIVO! E LA MORTE DELL’EX PORTIERE NON E’ L’UNICA IN QUESTO SCENARIO DI SANGUE AD ESIGERE CHIAREZZA.
NELL’AGOSTO DEL 2006, QUANDO ORMAI SI DAVA PER CERTO CHE UN PROCESSO CI SAREBBE STATO, SEPPURE A CARICO DI UN IMPUTATO CHE MOLTI, NOI COMPRESI, CREDONO INNOCENTE, MORI’ MISTERIOSAMENTE ALDO CONCHIONE. COSTUI, GIA’ FUNZIONARIO DEI SERVIZI SEGRETI, SOTTO LA COPERTURA DI GIORNALISTA ED EDITORE, PUBBLICO’ IL LIBRO “IO, VIA POMA E…. SIMONETTA” IL CUI AUTORE, SALVATORE VOLPONI FU IL DATORE DI LAVORO DELLA VITTIMA.
OGGI CONCHIONE SAREBBE STATO UN TESTIMONE CHIAVE… FORSE QUALCOSA DI PIU’ POTREBBE EMERGERE DALLA EVENTUALE RIESUMAZIONE DEL SUO CADAVERE…

di Gabriella Pasquali Carlizzi - Mercoledì 22 Luglio 2009

IL MOSTRO D’ESTATE…. SENTENZE CHE ARRIVANO… SENTENZE CHE SLITTANO… MA ANCHE INQUIETANTI REAZIONI DOPO LA RICHIESTA DI GABRIELLA CARLIZZI DI ESSERE ASCOLTATA COME TESTIMONE DAL GIUDICE MARADEI NEL PROCESSO CHE SI CELEBRA A FIRENZE A CARICO DI GIUTTARI E DEL PM MIGNINI…
MANCA SOLO UN COMMENTO D’OLTRETOMBA DI PACCIANI…
CHISSA’ CHE DIREBBE IL CONTADINO DI MERCATALE AL SUO AVVOCATO STORICO PIETRO FIORVANATI, NEL VEDERLO OGGI DIFENSORE DI GIUTTARI, COLUI CHE INCHIODO’ IL VAMPA COME CAPO DEL GRUPPO DI FUOCO NELLA SENTENZA DEFINITIVA A CARICO DEI COMPAGNI DI MERENDA…?
IL MOSTRO D’ESTATE AMA VIAGGIARE E FARA’ VISITA A TANTI PERSONAGGI CHE COSTELLANO LA SUA MACABRA STORIA, RACCONTANDO QUANTO DI CIASCUNO SARA’ UTILE CONOSCERE…
Diamo a Cesare quel che è di Cesare!
E dunque informiamo subito i nostri lettori che lo scorso 10 luglio la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha assolto Michele Giuttari “ perché il fatto non sussiste”.
Il poliziotto era stato condannato in primo grado, dai Giudici del Tribunale di Palmi ad un anno di reclusione, con l’accusa di falsa testimonianza.
A chiedere l’assoluzione sembra sia stato lo stesso Procuratore Generale Franco Neri.
Complimenti anche all’avvocato Pietro Fioravanti, difensore di Giuttari.

Lodevole infatti l’eccezionale professionalità di Fioravanti, che è stato per molti anni anche il mio difensore, tuttavia la storia nessuno può cancellarla, e chi ancora oggi segue appassionatamente le vicende del Mostro di Firenze, non avrà certo dimenticato le posizioni durissime e diametralmente opposte tra l’avvocato storico di Pacciani e gli inquirenti fiorentini, Giuttari compreso, nonché gli scontri tra i due di fronte a milioni di italiani quando erano ospiti dei salotti televisivi.

La pace, la riconciliazione, sono sempre eventi positivi, tuttavia quando vi sono situazioni processuali ancora in corso, quando lo stesso Fioravanti da un certo giorno divenne il supertestimone nel processo sulla morte di Narducci nei collegamenti con i delitti del Mostro di Firenze, quando soprattutto la sentenza a carico dei compagni di merenda, che se fosse stato vivo avrebbe disposto l’ergastolo anche per Pacciani, quando di tutto questo ancora si discute nella aule dei tribunali, può apparire strano, o sconveniente, o più semplicemente inopportuno che Fioravanti difenda proprio colui che ancor oggi sostiene di avere avuto il merito di aver trovato i complici di Pacciani, esecutori in concorso tra di loro almeno degli ultimi quattro duplici delitti del Mostro.

Le nostre sono semplici opinioni e non intendiamo giudicare nessuno, ma ci preme ugualmente capire, nel nostro diritto di cittadini, come tanti ruoli all’interno di questa storia infinita, si siano ribaltati, se e quali presunti chiarimenti interpersonali siano avvenuti , e soprattutto per quali fini.
Se, se, se…ipotesi, ma tutte fondate sull’evidenza di fatti che appaiono contraddittori tra di loro.

Nel caso specifico, rapporto Giuttari-Fioravanti, tutti ricordano il trionfo dell’avvocato quando il Vampa fu assolto nel processo d’Appello da ben 14 ergastoli.

E successivamente quando le indagini coordinate dall’allora Capo della Squadra Mobile di Firenze, Michele Giuttari, richiamarono pesantemente in causa Pacciani, come capo di Lotti e Vanni, tutti e tre autori dei massacri, l’avvocato Fioravanti fece fuoco e fiamme, come è nella sua natura, gridando a tutti i venti l’assurdità del nuovo impianto accusatorio, e “accusando” gli investigatori di essere caduti nel ridicolo con le fantasiose ipotesi relative alla magia, alle testimonianze della Ghiribelli, alle “bugie” di Lotti, ai rituali in casa del mago Indovino, alle accuse ipotizzate da Giuttari nel suo libro Compagni di Sangue, perfino a carico del pittore francese Claude Falbriard ospite nella Villa dei Misteri.

E quando sempre nello stesso periodo Giuttari e Canessa aprirono un fascicolo per accertare le vere cause della morte di Pacciani, Pietro Fioravanti, scusate il termine, si incazzò di brutto e fece un casino, smentendo categoricamente che il Vampa fosse morto perché qualcuno lo uccise.

Ora tutte queste mie affermazioni, sono provabili, e forse già da qualche anno note a chi di dovere?

Si, senza ombra di dubbio.

Basterà che visitiate il mio sito www.ilmostroafirenze.in, e ascoltiate dalla viva voce dell’avvocato Fioravanti quanto lo stesso ha affermato nelle trasmissioni cui ha partecipato, e guardatevi anche il suo scontro con Giuttari a Porta a Porta, sull’assetto patrimoniale di Pacciani.

Vi accorgerete anche che dopo una certa data, l’avvocato Fioravanti, dice cose diverse da quelle dette prime, sempre davanti a milioni di spettatori.

E’ lecito chiedersi il perché?

Noi non entriamo nel merito di ciò che è vero e ciò che non è vero, a riguardo di quanto nel tempo si è dichiarato, noi vogliamo solo sottolineare la diversità di certe affermazioni rese da una stessa persona, tanto più se questa persona ha deposto anche in incidente probatorio, nell’ambito di un processo su cui il Gup dottor Paolo Micheli, in settembre dovrà pronunciarsi sul rinvio a giudizio a carico di ben 22 imputati, tutti “eccellenti”.

Addirittura, ancora oggi si può acquistare un libro intitolato “Mostro d’Autore”, il cui contenuto corrisponde alla perizia integrale elaborata da Tommaso d’Altilia, e di cui si è tanto parlato.

Va detto che d’Altilia era stato in passato consulente dell’avvocato Fioravanti, ma successivamente perquisito ed indagato dal dottor Canessa e da Giuttari.

Non solo, ma sia la perizia che il libro furono nel 2001 sequestrati da Giuttari.

Naturalmente il libro poi fu dissequestrato, e benché ne siano rimaste poche copie in distribuzione online, tuttavia lo si può acquistare.

Abbiamo già detto come l’avvocato Fioravanti criticò aspramente il nuovo impianto accusatorio sostenuto da Giuttari che portò alla sentenza definitiva a carico dei “compagni di merende”.

Ora, il suddetto libro, si chiude con un capitolo, “Paccianisimbol”, a firma dell’avvocato Pietro Fioravanti, di cui riportiamo qualche brano qui di seguito.

"Paccianisimbol"

(Ad ogni estate, volere o non volere, si risveglia una sorta di pru­rito "sexual-storico " sul tosco contadino doll 'ormai immortalato stuz­zicadenti tra le pietose-supplicanti labbra di paccianea memoria, una storia infinita di pagine ingiallite come cadenti foglie d'autun­no: Pacciani Pietro, uomo di comodo per tutte le stagioni, solo e sempre facente audience...)

Se non fossero i ricordi di nove anni di cura liberal-difensiva e di profonda amicizia per un uomo al quale il "vestito di Mostro" stava veramente male, lascerei questa storia nel nirvana dei giorni che fu­rono di profonda tristezza per una condanna e nel contempo di tanta gioia per una assoluzione... entrambe "nel nome del popolo italia­no"...
Ma, come ad ogni giorno la sua pena, ad ogni estate, dopo quella del 1994 (epoca del primo processo a Pietro Pacciani), è stato un rincorrersi di nuove ipotesi "mostroidee", di "chi più può, più ne dica..." adagiando le rigurgitazioni più strambalate e per nulla com-bacianti con la realtà dei fatti su teoremi fuori ogni logica.
La stampa deve sapere, deve scrivere, deve ancora pronunciare sentenze al di fuori dalle aule di giustizia, sentenze, per fortuna, non "in nome del popolo italiano".

L'infinito giallo del Mostro di Firenze

…«Pacciani può essere il Mostro - Egli è il Mostro!», fu il teore­ma unico ed esclusivo che ebbe a caratterizzare per molti anni una vicenda che ben altre soluzioni poteva proporre se il rispetto delle idee difensive non fosse stato dimenticato o completamente omesso e sviluppando trame di insopportabili-strane soluzioni basate su ra­ziocini irrazionali.

La centralità illogica di una persona sola capace di istruire una trama ad unico sbocco realizzativo di drammatiche ed assurde ucci­sioni di ragazzi indifesi ed identificati con spasmodica insistenza, pedinamenti, minuziose e precise escissioni, fu il tema dominante di indagini a senso unico…

Pacciani deve rimanere un "indagato"

Attenzione, Signori del palazzo, Signori della stampa e gente co­mune, non facciamoci condizionare ed incantare da mestieranti delle novità a tutti i costi, da lettori dell'arcano, da anonimi suggeritori di trame semplicemente strampalate o suggestionanti rinvenimenti di cassette registrate e furtivamente inserite in "una volpe imbalsama­ta"... meglio sarebbe rileggere i due processi al contadino di Mercatale riosservandolo "a contrario sensu" e risciacquare in Amo quelle pa­gine correggendole, rivisitando i luoghi dei terribili delitti senza ri­correre a maghi o sensitivi che essi siano, ma basando tutto su un solido raziocinio qualitativamente basato sulla tempistica epocale e non su suggestive visioni da tavolino.

Attenzione a non scantonare troppo dalle vie giuridicamente ra­gionate non potendo poi provare gli assunti fantasiosi e destituiti da ogni credibilità e fuori dalla verità sostenibile processualmente: in diritto non v'è posto per la fantasia e per le giornalistiche tesiologie.

Encomiabile è lo sforzo, auspicabile il tentativo di ricerca della verità, senza alcun rimprovero la selezione delle ipotesi, ma un con­to è la poesia, altro è la realtà e la bellezza sofferta della ricerca e dell'accostamento dell'indizio alla prova.

Sta il fatto che Pietro Pacciani non fu mai proclamato innocente, bensì, come risulta dalle tesi difensive e dagli atti del giudizio d'ap­pello (in cui egli risultò assolto per non sussistenza dei fatti), risultò non colpevole!
Nessuna prova seria lo aveva ritenuto colpevole "in nome del popolo italiano".

Quella dei satanisti è una pista seria (La Repubblica - 8/8/01); Mostro, indagine choc: i delitti commissionati da una setta satanica (La Nazione - 8/8/01); Sulle orme della setta assassina... (Il Corriere di Firenze - 8/8/01); Mostro, ora spunta un filmato choc (La Nazione - 17/8/01); Pacciani, solo una pedina - Otto Procure indagano (La Nazione -18/8/01); II mostro in Francia (La Nazione -19/8/01); Tut­ti i delitti della "Rosa Rossa": così una setta segreta uccideva nel segno del Mostro - "Guardando i disegni di Pacciani ho capito che era legato ai satanisti"... (La Nazione - 22/8/01); Partita a scacchi col Mostro: ancora a caccia della verità... (Panorama - 23/8/01)...
Questa è l'estate 2001 della stampa italiana sull'argomento: esta­te da Mostri e Mostruosità!

Tutto può essere vero ed il contrario del vero.
Quel difensore anche della memoria di Pietro Pacciani oggi vi invita (invita tutti gli uomini amanti del vero) a rileggere i circa tren­ta memoriali di Pietro Pacciani, tutti i disegni del contadino e non solo quelli erroneamente a lui attribuiti, ad evitare i vari personaggi più o meno anonimi, i maghi o maghetti, basando la ricerca della verità su argomentazioni non suggestive, ma seriamente confrontate con la dialettica giuridica del nostro codice di rito... solo così si potrà scoprire che i Mostri sono diversi da Pietro Pacciani e che la difesa del contadino di Mercatale non era affatto "disperata": essa afferma­va delle verità per gli uomini di buon senso e per tutti quelli che amano la Giustizia vera.

Pietro Fioravanti (23/08/2001)

(pag.249-251-Finito di stampare Dicembre 2001)

Avete letto? Ora giudicate voi…
Di certo, il periodo cui si riferisce Fioravanti, citando molti articoli della stampa, fu per Giuttari un momento di gloria, di certo Giuttari trascorse molto tempo a Genova, quando proprio lui cercava in casa di qualche prostituta frequentata da Pacciani, una videocassetta nascosta dentro una volpe imbalsamata…

Come vedete le nostre osservazioni si basano su prove.

E qui già immagino che qualcuno mi ripeterà, seppure in modo “educato”:
“Cara signora, lei si faccia i cazzi suoi, e se ha qualcosa o qualcuno da denunciare lo denunci, ma non entri in processi che non la riguardano… Lei quando scrive lascia sospetti… se ha qualcosa da dire la dica chiaramente, ecc. ecc.”

Ed io risponderei: “ Noi giornalisti scriviamo per la pubblica opinione, osserviamo un codice per il quale possiamo far capire molte cose, e sappiamo che possiamo essere interrogati per chiarimenti da qualunque autorità che lo ritenga opportuno, e se un Giudice, nell’ambito della propria insindacabile discrezionalità, decide di convocare qualcuno, non vi sono parti, imputati, avvocati o anche parti civili che si possano opporre.
Specie quando le denunce sono state presentate a tempo debito e poi “sparite” nel nulla, o in alcuni casi ritorte a carico del denunciante, nonostante prove più che valide.
Qualcuno ha un sospetto? Convochi il giornalista e chieda spiegazioni, sempre che sia competente per territorio…e nel merito del caso...”

E nemmeno parlo per un mio interesse, altrimenti mi sarei costituita parte offesa in qualche processo a Firenze, congiuntamente ad altri colleghi giornalisti.

Innegabile che vi è stato un tempo in cui quasi tutti i giornalisti che scrivevano di “Mostro” eravamo intercettati, e sicuramente non è un fatto bello, senza contare quando ci dovevamo registrare tra di noi, per poter provare quanto altrimenti gli inquirenti non avrebbero creduto.

Quante volte, mi sono sentita dire: “Mi raccomando, per la sua credibilità, quando parla con Tizio e Caio, documenti tutto…”.

E’ lecito che gli investigatori chiedano queste cose a chi ascoltano come “persona informata sui fatti”?

E proseguiamo con l’analisi di taluni comportamenti.

Facciamo un esempio.
C’è un magistrato che indaga su un Pinco Pallino, diciamo su uno che attualmente compare tra i 22 imputati in attesa di essere rinviati a giudizio dal Gup Paolo Micheli.
Il magistrato si avvale per le indagini di uno stimato investigatore, il quale appunto dovrebbe stare “col fiato addosso” all’indagato.

E mettiamo il caso che questo indagato, un giorno va a trovare Gabriella Carlizzi, per discutere sulle nuove svolte del caso Narducci-Mostro di Firenze.

Mentre i due parlano, sul cellulare dell’indagato arriva la telefonata dell’investigatore.
I due si danno del tu, si scopre che sono molto amici, e l’investigatore invita a pranzo per l’indomani l’indagato, dato che sarà a Roma, ospite di una trasmissione dove partecipa anche Malgioglio… (Tanto per ricavare la data dell’episodio).

Terminata la telefonata, l’indagato dice a Gabriella: “Che schifo… pensa che dopo tutto quello che hai lavorato tu , ora fargli il tuo nome è come dire il diavolo… Vuoi vedere una cosa?”
L’indagato tira fuori un libro, e mi legge una dedica: la firma è dell’investigatore.
Poi tira fuori un plico… sono le bozze di un altro libro, e dice: “Vedi, che gioco sta facendo? Queste me la ha date lui, perché gli dessi un parere… io gliele ho aggiustate un po’…”
Poi aggiunge: “Sai, un giorno gli ho regalato anche…. A lui piace giocare a scacchi….”

Gabriella Carlizzi non ha più parole, piange, teme per l’inchiesta …
Il giorno dopo Gabriella va dal Magistrato e denuncia il gravissimo fatto, citando anche i testimoni che avevano assistito.
Il verbale che sottoscrive è pesante, e Gabriella è sicura che l’investigatore sarebbe stato indagato, o sollevato dall’incarico, insomma la gravità dell’episodio non era forse oggettiva?

Ma di quel verbale a carico dell’investigatore non si saprà più nulla, mentre l’indagato diventerà imputato in concorso con un altro imputato con l’accusa di aver depistato le indagini sulla morte di Francecso Narducci.
Chissà se a un Giudice interesserà conoscere i particolari di un evento tanto increscioso, se non altro per capire quando e perché si diventa “intoccabili” ?
E chissà se da un giorno all’altro un Pm si ricrederà su molte cose, e chiederà scusa all’unica persona che non ha mai temuto di dire la verità ?

E arrivò anche il giorno in cui “qualcuno” decise che sul “caso Narducci”, sarebbe stato meglio sostituire a Gabriella Carlizzi un altro testimone.

Perché? Cosa era accaduto?

Ero stata contattata per una intervista dal caporedattore de La Nazione, il dottor Morandi.

Alle domande sul presunto ruolo del Narducci nei delitti di Firenze, risposi quella che era la mia opinione, e cioè che ritenevo Narducci una vittima del Mostro, e che seppure implicato nella sfera “esoterica”, e in altre frequentazioni a rischio, non credevo che avesse materialmente partecipato ai massacri delle coppiette.
Qualche tempo dopo, fui convocata a Firenze presso il Gides per un interrogatorio.

Salvati cielo….
Mi sentii rimproverare con toni inadeguati, mentre la “divisa” sventolava le pagine della mia intervista, gridando: “ Ma lei è pazza… Cosa si mette a dire ai giornalisti.. Ora che abbiamo dato un nome al Mostro, lei lo difende e dice che è una vittima… Non faccia più cose del genere, ha capito?...”

Sbattuta di porta, imprecazioni, e quanto risponde ad uno stile che conosciamo in tanti… purtroppo…
(Ancora conservo una registrazione di Roberto F. quando piangendo mi raccontò di essere stato aggredito in una piazza dalla “divisa”, e per fortuna con la “divisa” c’era la moglie che lo fermò… ecc. ecc. ecc…)

Bene, di lì a pochi giorni, avrei dovuto presentarmi dal Magistrato il quale aveva disposto tre confronti tra me e tre altre persone, B.R., A.P., P.F. .

Di questi confronti ne fu fatto uno solo, non registrato, e con risultati squallidi.
Degli altri due, quello più atteso e più importante, fu annullato, e il professionista con il quale avrei dovuto confrontarmi, divenne il supertestimone nel caso Narducci-Mostro di Firenze.

Grande campagna stampa, salotti televisivi, e Pacciani da morto per infarto, divenne morto assassinato… Perché sapeva…
E che sapeva?… Il nome del vero Mostro!!!!

Peccato che non ce lo potrà mai smentire o confermare, perché Pacciani è morto, e di mostri, quando era in vita ne trovava uno al giorno.

E tra i tanti mostri del contadino, sempre con risonanza sui giornali, compariva un ginecologo, ma fu giudicato un errore del contadino, ora si dice che lui si riferiva in realtà al gastroenterologo. Pacciani è morto, non possiamo interrogarlo.

Tuttavia del ginecologo anche Michele Giuttari ne aveva parlato diffusamente come “Mostro” nel suo libro “Compagni di Sangue”, ma in quel caso sapendo che il poliziotto si riferiva al professor Zucconi, l’errore con un gastroenterologo non sarebbe stato sostenibile.

Ed ecco che i tanti memoriali e lettere, alcune “anonime ma di Pacciani”, finiscono acquisiti nell’incidente probatorio presieduto dalla dottoressa De Robertis a Perugia… Giustamente, l’avvocato Fioravanti, non può giurare per conto del suo assistito, Pacciani un giorno scriveva che il mostro era di Roma e stava nel Sisde, e un altro giorno che si doveva indagare su un ginecologo… insomma, il Vampa era il Vampa…

Ma analizzando bene gli “autografi Pacciani”, (periti permettendo), i conti non tornano…

Può sembrare strano, ma proprio chiarendo questi aspetti, il Giudice Maradei, e anche il Giudice Micheli, scioglierebbero alcuni nodi fondamentali, ciascuno per le proprie competenze, ma tutti utilissimi ad inquadrare situazioni che a nostro avviso meritano di essere approfondite, codificate, e se necessario perseguite.

Se non altro, in nome del popolo italiano, che è stanco di pagare i costi di processi infiniti, dove il valore della verità diventa un miraggio…


Descrizione foto:

1. Il Pm Giuliano Mignini;
2. Michele Giuttari;
3. Pietro Pacciani, con gli avvocati Bevacqua e Fioravanti;
4. Pietro Pacciani in aula;
5. 6. Lettere di Pacciani;
7.Francesco Narducci
8. Dimmi la verità

di Gabriella Pasquali Carlizzi - Lunedì 13 Luglio 2009

MOSTRO IN VACANZA?... FATTI NUOVI E MOSTRUOSITA’ SMENTISONO LE NOSTRE SPERANZE…
“COLPO DI SCENA” A FIRENZE, DOVE ERA ATTESA LA SENTENZA PER GLI IMPUTATI MICHELE GIUTTARI E GIULIANO MIGNINI… MA I GIUDICI CI RIPENSANO, I CONTI NON TORNANO, E CHIAMANO SUL BANCO DEI TESTIMONI ECCELLENTI PERSONAGGI ISTITUZIONALI…
GIA’ FISSATE LE PROSSIME UDIENZE PER IL 24 SETTEMBRE E IL 22 OTTOBRE.
“COLPO DI CALDO”, FORSE PER MARIO SPEZI, CHE NELLA PRIMA PAGINA DEL SUO SITO PUBBLICA UN ARTICOLO MOZZAFIATO…
C’eravamo cascati anche noi, nel considerare il “Mostro” in vacanza, non immaginando che anche sotto il sole torrido avrebbe ancora fatto parlare di sé.

Già da diverso tempo era attesissima la sentenza che vede a Firenze imputati Michele Giuttari e il magistrato Giuliano Mignini, accusati ambedue di abuso d’ufficio e Mignini anche di favoreggiamento per il superpoliziotto.

Un processo che dura da molto tempo, comunque troppo, almeno per chi indossando una toga si ritrova di punto in bianco sul banco degli imputati, sentendosi innocente, e dovendo sopportare le tante e volgari speculazioni che anche da oltre oceano si attuano su questa pagina dolorosa della vita di un magistrato.

Il Pm dottor Turco aveva già chiesto una pena di due anni e mezzo per la divisa e di dieci mesi per la toga.

Inaspettatamente il Presidente del collegio giudicante, Francesco Maradei, ha valutato l’esigenza di ascoltare altri testimoni, dando l’impressione che quanto emerso dal dibattimento fosse carente di ulteriori circostanze che potrebbero anche modificare l’attuale impianto accusatorio a favore o a carico dei due imputati.

Il Giudice Maradei vanta una lunga esperienza in tema di comportamenti che spesso lo hanno chiamato ad esprimere verdetti di condanna a carico di divise, non da ultimi funzionari della Guardia di Finanza, e comunque ha dimostrato particolari capacità di individuare tra le pieghe di appartenenti alle istituzioni nel campo della legge e della giustizia, comportamenti che hanno meritato sentenze esemplari e significative.
Infatti anche quando le sue sentenze godono dell’indulto, spesso prevedono l’interdizione dai pubblici uffici.

Dunque nulla di concluso e nulla di prevedibile di questo processo, nemmeno per quella vasta pletora di “colpevolisti” che speravano di poter utilizzare una eventuale condanna del dottor Mignini, per screditare il suo ruolo di Pm sia nel processo sulla morte di Meredith Kercher, sia nel processo e processi connessi sulla morte di Francesco Narducci e collegamenti con i delitti del Mostro di Firenze.

Ed è anche presumibile che la decisione a sorpresa del Giudice Maradei, non sia stata gradita dagli imputati, se non altro perché costretti psicologicamente e a prova di nervi a rimanere in attesa di un verdetto ancora per molto tempo.

Chi scrive non può esimersi da una personale considerazione e domanda: il dottor Mignini avrebbe potuto evitare di finire sul banco degli imputati?
Ripeto, è un mio pensiero che però non scaturisce dal nulla, bensì deriva dalla conoscenza di moltissimi fatti, alcuni anche molto incresciosi, tutti formalizzati e sottoposti all’attenzione della Procura di Perugia, fatti che se avessero innescato un normale iter giudiziario magari in conformità con l’obbligatorietà dell’azione penale, forse il dottor Mignini non avrebbe subito quanto sta subendo, e forse oggi l’inchiesta sul caso Narducci sarebbe già approdata ad un dibattimento e chi uccise il medico assicurato alla Giustizia, e la memoria delle vittime del Mostro sarebbe stata riscattata da una verità che ancora rimane nell’ombra.

Mi piacerebbe raccontare come testimone, e quindi responsabilmente, davanti al Giudice Maradei i tanti fatti che in questo processo potrebbero rivelarsi utili, fatti che risultano esposti nei tanti fax inviati nel tempo non solo al dottor Mignini, ma anche all’ex Procuratore Capo di Perugia dottor Miriano, alla Gip dottoressa De Robertis, fatti che per onestà e con coraggio ho sempre rappresentato, nella speranza di salvare l’onorabilità di una inchiesta che tanto sangue ha seminato.

Il Procuratore e il Gip saranno presumibilmente ascoltati dal Giudice Maradei, e anche due agenti del Gides, e forse per comprendere totalmente un quadro tanto complesso bisognerebbe ascoltare anche alcuni agenti della Squadra Mobile, sezione di Polizia Giudiziaria del dottor Mignini, persone che quando fu riaperto il caso Narducci, prima ancora che l’inchiesta fosse collegata con quella fiorentina sui mandanti del Mostro, questi poliziotti diedero un impulso esemplare verso la ricerca della verità, impulso che poco tempo dopo apparve mortificato con metodi violenti da chi, venuto da fuori, vantava la superiorità di grado, nel migliore dei casi, con prepotenza.

E l’armonia di una squadra stretta intorno ad un magistrato onesto, sembrò sgretolarsi piano piano, sostituendosi ad un “dictat” sofisticato, capace solo si rendere fragile ciò che era forte, di depistare dai giusti orientamenti, di provocare reazioni dure da parte di vertici istituzionali, oltre ad un senso generale di stanchezza, di noia, per una inchiesta ormai lunga quarant’anni.

Il dottor Mignini non poteva certo conoscere se non superficialmente, i giochi sporchi attuati per decenni all’insegna delle indagini sul Mostro di Firenze, lui è entrato in questa realtà solo alla fine del 2001, e forse nemmeno con l’immaginazione avrebbe sfiorato quanto di mostruoso e grottesco era avvenuto prima, succedendosi una poltrona dietro l’altra con compiti prestabiliti e non certo favorevoli alla ricerca delle verità più scomode, oggetto di ricatti, di carriere brillanti, di odii antichi nel tempo, di doppiogiochisti degni di un circo sempre pronto a far sbranare i disturbatori dalle belve feroci del potere.

Solo chi ha vissuto da vicino le vicende del Mostro, ma ancor più frequentando le sedi dove si decideva di volta in volta quale Mostro tirare in ballo, poteva comprendere che le vittime hanno sempre occupato l’ultimo posto, precedute e uccise ripetute volte dall’azione di poteri occulti che hanno manovrato come manovalanza gli stessi operatori degli ambienti giudiziari.

A Firenze, in questa storia, fin dall’inizio si sono determinati asprissimi conflitti tra la magistratura inquirente e la polizia giudiziaria, siano essi stati carabinieri o polizia di stato, e già tale evidenza porta alla amara considerazione che la verità era in qualche modo “gestita” dalla disarmonia.

Tanto per dirne una, l’ex capo della Sam, Ruggero Perugini e l’ex capo del Gides Michele Giuttari, si sono sempre odiati, arrivarono anche a denunciarsi, nonostante ambedue godettero dello stesso incarico sui medesimi delitti.

Ebbene, c’è da chiedersi, se quando si determinano certe sgradevoli situazioni, senza nemmeno entrare nel merito di chi ha ragione e di chi ha torto, non sia opportuno per non ledere la fiducia dei cittadini verso le istituzioni, rimuovere i due avversari, anziché consentire all’uno di succedere alla poltrona dell’altro.

E’ umano che alla luce di tali conflitti, la ricerca della verità spesso diviene materia di contendere, allontanandosi dalla verità stessa.

E allo stesso modo potremmo chiederci se quando alla Squadra Mobile di Perugia, si presentò l’ex capo del Gides, si stabilirono rapporti armoniosi, oppure si crearono nuovi conflitti interpersonali?

Non dimenticherò mai, lo sfogo drammatico di una divisa perugina, e non solo una…

Grazie a Dio, posso dire di avere la coscienza a posto, poiché dopo aver conosciuto a fondo le mostruosità di un certo personaggio, non ho mai omesso di documentare tutto ciò che prima o poi, dovrà venire in luce.

Il disagio è enorme, nel ripercorrere le tante denunce di cui sono stati edotti gli ambienti giudiziari di Perugia a carico di chi, stante i fatti, sembra essere stato “intoccabile”, e non mi riferisco a presunti Mostro e Mostri, mi riferisco a chi dovrebbe rappresentare non se stesso, ma la Legge.

In tema di Giustizia, penso non sia nemmeno il caso di discutere sulle valutazioni che indussero il dottor Mignini ad interessarsi di una circostanza assai inquietante che vide come protagonisti da un lato Michele Giuttari e dall’altro il dottor Paolo Canessa, sicuramente il dottor Mignini avrà avuto le sue ragioni, tuttavia penso che se avesse lasciato la matassa nelle mani di chi se la doveva sbrogliare da solo, la sua vita di magistrato sarebbe continuata tranquilla, senza dover scrivere per lui e la sua famiglia una pagina tanto dolorosa, al di là di quella che sarà una sentenza.

Chi glielo ha fatto fare? Questo è il punto, questo è forse il nodo da sciogliere.

Il dottor Mignini era nelle condizioni tali da non interessarsi di una vicenda a lui estranea?

A mio parere si, ma potrei anche sbagliarmi, tuttavia poiché esistono atti e documenti che mi inducono ad esprimere la mia convinzione, penso che se il Giudice Maradei mi interrogasse, ne guadagnerebbe la coscienza della verità.

E non possiamo escludere che dopo la mia eventuale testimonianza si renda necessaria anche la testimonianza o un confronto con l’avvocato Fioravanti, benché costui difenda in questo processo Michele Giuttari e in altri processi gli agenti del Gides.

Problemi di compatibilità?
Li affronteranno i Giudici se ce ne sarà bisogno.

Sarebbe ad esempio interessante analizzare in senso cronologico molte mie denunce o fax, sempre che non siano “spariti”, (conservo copia di tutto), atti formalizzati presso la Procura di Perugia, presso la Squadra Mobile di Perugia, e le sezioni di Polizia Giudiziaria di Perugia, alcuni fax inviati come già detto al Procuratore Miriano e alla Gip De Robertis, sarebbe interessante verificare quanti di questi atti portano una data precedente ai fatti che la Procura di Firenze contesta in questo processo al dottor Mignini, e trarne conclusioni più conformi ad una verità sostanziale, oggettiva, serena.
E per quanto riguarda le ultime decisioni del Giudice Maradei, che possono aprire nuovi e più ampi scenari, pensiamo di aver esercitato il nostro diritto-dovere di cronaca.

Passiamo ad altro…
In questi stessi giorni, coloro che avranno visitato il sito web di Mario Spezi, avranno letto nella sezione “rivelazioni” un suo articolo ancora visionabile a questo link:
mariospezi.it e dal titolo: “Per il Pm Mignini, Spezi uccise Narducci, perché è lui il vero Mostro di Firenze”.
Più inquietante l’occhiello: “ In questa calda estate, forse troppo“.
(Non riteniamo al momento di riportare per intero l’articolo di Spezi, ma assicuriamo chi ci legge che il testo è stato salvato e quindi nulla andrà perduto).

C’è da mettersi le mani nei capelli, né sappiamo dare un nome all’iniziativa di Spezi, coraggiosa, temeraria, provocatrice, messaggio in codice per destinatari eccellenti, autolesionista, insomma il contenuto di questo articolo sembra prestarsi alle più fantasiose ed inquietanti ipotesi.

Un fatto è certo, che l’avere elencato nomi di quel livello, seppure fatti da una terza persona, non certo dalla sottoscritta, e per di più dichiarando che tali nomi figurano su un documento segretato, lascia in chi legge non pochi sospetti.

Come pure lo stile sofisticato del titolo:
“Per il Pm Mignini, Spezi uccise Narducci, perché è lui il vero Mostro di Firenze”.
Provate a leggere più volte a voce alta questo titolo, e alla fine vi chiederete chi sia mai questo “lui”, in un contesto dove compaiono ben tre nomi.

Paradossale, e nessuno potrà mai mettere in dubbio l’abilità della penna di Spezi, e della sua stessa mente, anche se l’analisi che dovrebbe essere fatta meriterebbe un osservatorio più attento e responsabile.

Attenzione, nell’occhiello il giornalista nel definire calda questa estate, aggiunge un “troppo”: cosa vuole dire o mandare a dire?

Perché invece di elencare nomi di nobili e vip, non ha pubblicato l’avviso di udienza preliminare che gli è stato notificato, ove gli si contestano determinati reati?

E il documento cui fa riferimento, non è più segretato da qualche anno, quando fu lo stesso Spezi, nel corso di una conferenza stampa a Firenze, a mostrarlo e leggerlo dicendo:
“Ora sto per commettere un reato, in quanto questo documento è segretato, ma io commetto il reato e in questo momento lo rendo pubblico”.
Parole che risultano dallo sbobinamento delle registrazioni della suddetta conferenza.

Ora, la stampa non riportò giustamente quanto poteva innescare un meccanismo di querele a catena, e dunque Spezi ha deciso di farsi egli stesso carico di eventuali ulteriori rischi giudiziari, onde far conoscere ad eccellenti personaggi ciò di cui la magistratura inquirente non dovrebbe aver trovato riscontri, ma questo piccolo particolare Spezi lo tralascia.

Anzi, nel dire che al momento è lui l’unico indagato, lascia intendere che anche qualche “intoccabile” potrebbe cadere nella rete della magistratura.

Probabilmente questi personaggi non hanno letto i loro nomi finiti sul portale di Mario Spezi, altrimenti qualche censura si sarebbe vista, come pure è possibile che qualunque cosa costui dica o scriva, non goda più di alcuna credibilità, anzi si preferirà fargli terra bruciata attorno.

Sul mio conto invece Spezi dice alcune cose vere e alcune cose false.
E’ infatti vero il mio particolare rapporto con la Fede in Dio, nella Madonna, in Gesù, poi ognuno può interpretarlo come vuole, preghiera, dialogo, ispirazione, ma risulta che anche sua mamma aveva una straordinaria devozione per la Madonna di Fatima.
Spezi stesso ne ha parlato in un suo bellissimo libro.

E’ del tutto falso invece che io mi sia fatta consegnare il documento “galeotto” da tale Rizzuto, andandolo a trovare in un carcere italiano, ove all’epoca costui era recluso.

Anzi, esiste una informativa della Questura, nella quale viene rigettata la domanda che presentò il Rizzuto per avere un colloquio con me in carcere.

Dunque a me il documento giunse per una normale via, accompagnato da una lettera in cui mi si chiedeva di trasmettere il documento stesso al dottor Mignini unitamente alla richiesta di essere da questo magistrato interrogato.

Trasmisi tutto come era mio dovere, senza nemmeno entrare nel merito dei contenuti, né conobbi mai le valutazioni del magistrato, se non per aver letto sui giornali che questo detenuto era stato realmente interrogato.

Ora, perché Spezi su fatti che sono contestati da informative ed atti giudiziari, scrive ciò che non risponde al vero?
Qual è il movente del suo agire?

Lo Stato, nelle sue articolazioni, si sta ponendo questi quesiti e sta valutando responsabilmente i problemi connessi a queste strane circostanze, non certo frutto di una estate calda, ma forse inquietanti per quel “troppo” messo lì… e fin troppo eloquente?


Descrizione foto:

1. Il Pm Giuliano Mignini;
2. Michele Giuttari;
3. Pietro Pacciani;
4. Francesco Narducci;
5. Mario Spezi

di Gabriella Pasquali Carlizzi - Giovedì 18 Giugno 2009

MOSTRO: E L’INCHEISTA PERUGINA PER L’OTTAVA ESTATE SE NE VA IN VACANZA… E SEMBRA CHE IL GIP PAOLO MICHELI VOGLIA GUARDARE ALLA LENTE D’INGRANDIMENTO QUANTO HA DATO CORPO AD UN CASO GIUDIZIARIO DOVE NON SONO MANCATI COLPI DI SCENA… IN ATTESA DI UN FINALE DA “SUSPENSE”…
Ieri la battaglia si è combattuta a botte di centimetri…

Già, proprio così, anche se non è cosa di poco conto stabilire con certezza se il cadavere ripescato il 13 ottobre del 1985 fosse quello di Francesco Narducci, come sostengono alcuni familiari, oppure fosse di un altro poveretto, come sostiene la Pubblica Accusa, altri familiari, e come in verità è convinta la sottoscritta.

Le opinioni personali tuttavia non costituiscono prova, in un giudizio occorrono elementi concreti e scientificamente validi, specialmente se il fatto in se stesso potrebbe costituire la chiave di volta di un mistero che dura da ben quarant’anni.

Infatti, se si dimostrasse che nel 1985 avvenne uno scambio di cadaveri nell’ambito di un unico disegno criminoso, non ci si potrebbe esimere dal ricercare nei responsabili il movente di un simile agire.

E poiché il caso giudiziario fu riaperto sulla base di sospetti circa eventuali collegamenti tra Narducci e i delitti attribuiti al Mostro di Firenze, ecco che lo scrupolo di chi deve decidere se aprire un processo oppure archiviare, è più che giustificato.

Un processo, a dire il vero, sembra lo si stia già celebrando, parlando da profani, nel senso che già per molti mesi sono stati ascoltati testimoni nell’ambito di un complesso incidente probatorio, e da mesi e non se ne vede ancora la fine, è in corso l’Udienza Preliminare per la eventuale disposizione del rinvio a giudizio di 22 imputati o parte di essi.

L’abbiamo già rilevato , ma ci piace rimarcare il fatto un po’ inconsueto circa l’ascolto in questa fase dei periti nominati dalle parti in causa, i quali nella maggioranza dei casi si confrontano durante il dibattimento.

E l’esigenza del Giudice induce anche a dubitare circa una carenza di prove testimoniali, specialmente quelle rese nell’incidente probatorio davanti al Giudice De Robertis, testimonianze che forse non sono state sufficienti a far scattare la molla di un sereno, “Questo processo s’ha da fare!”. Siamo nel campo delle semplici ipotesi…

Cos’è che non avrebbe convinto il Giudice, al punto da voler ascoltare egli stesso i periti?

Diciamo pure che fin dal 2001 in questa inchiesta sono apparse molte “contraddizioni”, alcune difficili da interpretare, e tali da dare una sensazione di incertezza, sensazioni che nel tempo hanno provocato scuole di pensiero diverse, se non diametralmente opposte.

Dovremmo ripercorrere le tante tappe che hanno riempito le prime pagine dei giornali, e allora ci si accorgerebbe che da testimoni si è diventati imputati, da imputati a testimoni, da parti offese ad indagati, mentre restano a tutt’oggi, agli occhi della pubblica opinione, tanti sospetti che avrebbero potuto essere forse fugati, in un clima di maggiore serenità.
Non sono mancati gli ostacoli, è vero, ma prima di decidere di mandare alla sbarra tante persone nel fine ultimo di chiarire qualcosa di assai più grave della morte del medico, sia stata essa procurata o conseguenza di una disgrazia, fa bene il Giudice a volerci vedere chiaro.

Le liti tra inquirenti, forze di polizia, uomini prima coordinati in un’unica ricerca della verità, oggi gli uni di fronte agli altri, imputati e giudici, non possono che indurre ad una coscienziosa riflessione e verifica circa l’eventuale esistenza di personalismi, di pregiudizi, di tutto ciò che in una inchiesta giudiziaria non dovrebbe mai verificarsi.

Un aspetto particolare è poi quello relativo al ruolo di molti giornalisti, come la sottoscritta, divenuti in varie fasi testimoni fondamentali, e allo stesso tempo intercettati, poi indagati, il tutto in un quadro a dir poco confuso, ma sicuramente meritevole di un chiarimento da parte di chi è preposto a far si che coloro che rappresentano la giustizia non cadano in errori tanto gravi da recare danno alla giustizia stessa, oltre che di volta in volta a chi ne rimane vittima a livello personale.

Da molto tempo sto riflettendo su questi aspetti apparentemente insignificanti nell’ambito di una inchiesta che vede argomenti di storica importanza, tuttavia, da quando ho esposto in un articolata ricostruzione una serie di eventi a mio avviso “paradossali”, mi sono resa conto che proprio nelle pieghe di queste circostanze si nascondono le fragilità di verità che si vogliono dimostrare.

Ripeto, e ne sono stata protagonista, la mia convinzione è che Francesco Narducci sia stata l’ultima vittima del Mostro di Firenze, e pertanto che la sua morte e quanto organizzato per l’occultamento del cadavere e il contestuale scambio con altro cadavere siano fatti riconducibili ai delitti delle coppiette.
E sosterrò a vita questa tesi, scriverò altri libri, coinvolgerò altri apparati, ma formalmente questa “verità” deve essere dimostrata nella sua sede naturale.

Ne consegue che l’intero andamento dell’inchiesta in corso, dovrebbe godere di stima, ineccepibilità, ampia credibilità, insomma ci si dovrebbe presentare al mondo intero con un biglietto da visita di tutto rispetto.

Se così non fosse, qualunque verità rischierebbe di perdere di consistenza, di oggettività, a causa di di comportamenti discutibili da parte di coloro che pur la perseguono.

Gli americani ce ne stanno dando ampia prova, nel caso Meredith Kercher, quando gridano dalle pagine dei giornali internazionali l’innocenza di Amanda!

E tentano in modo più che scorretto di fare intendere: “Amanda è innocente, perché il Pm è imputato egli stesso..”.

Ora, proviamo ad immaginare, nell’ipotesi che il Giudice Micheli disponga il rinvio a giudizio, quali carte giocherebbero nel dibattimento le difese degli imputati.

Ebbene, seppure sul piano della sostanza a mio avviso ne hanno poche, su piano della forma ve ne sarebbero fin troppe, e tutte capaci di porre in evidenza “contraddizioni” gravissime.

D’altra parte, in coscienza, come si fa a non mettere in condizioni di difendersi persone che se condannate resterebbero marchiate a vita?

E se è vero che si cerca una verità tanto complessa, è pur vero che questa verità non la si può privare di una parte solo perché la distribuzione dei ruoli processuali pone alcuni sul banco degli imputati, altri ben comodi come parti lese, e tanti altri… tanti altri… già… tanti altri?

In questo periodo ho dovuto far sbobinare le centinaia di registrazioni che custodisco da anni presso un notaio, e ne ho fatto copia perché fossero prese in considerazione al fine di comprendere cosa vi fosse dietro taluni comportamenti.
E’ evidente che queste registrazioni sono state nel tempo tutte da me prodotte all’A.G., come da verbali di ricezione.

Bene, chi le ha ascoltate, e parlo di persone autorevolissime, si sono messi le mani nei capelli.

Le reazioni sono state tutte del tipo:
“Ma signora Carlizzi, questa “tizia” col nome che porta, e che le ha detto tutte queste cose, è stata indagata?...
E questo personaggio che per mesi e mesi ha parlato con lei al telefono, oggi sarebbe a suo carico parte offesa?
E questo è poi diventato il professionista più importante…?
E’ sicura che l’indagata sia lei, o è un suo pensiero?...
Sa, questi fatti appaiono molto gravi e poi .. poi…
Ma scusi, lei avrebbe affermato in una trasmissione televisiva ciò che le era stato riferito da una autorevole persona, e lei provvide a registrare tutto e a consegnare copia delle registrazioni, è così? La trasmissione andò in onda nel 2004, e dunque lei il reato che le si contesta lo avrebbe compiuto in quella data.
E come è possibile che l’avviso di conclusioni delle indagini le sia stato notificato ben cinque anni dopo?
E perché nonostante le registrazioni non si fu chiesta per lei l’archiviazione, il che farebbe pensare che chi le ha dichiarato certe cose non risulti tra gli indagati. …?
Poi, scusi non so se sto leggendo bene oppure no… ci faccia capire, che significa:
“…e turbato così le indagini sul procedimento (n…)… e in particolare l’escussione degli stessi in un incidente probatorio…” ?...
Scusi, ma vorrei che i miei colleghi fossero presenti…
Ecco, signora, lei dunque come parte offesa fu presente alle udienze dell’incidente probatorio, quando depose questo testimone.
Era nel suo pieno e legittimo diritto, dunque.
Ora risponda alle nostre domande.
Era assistita da un avvocato? E Come si svolsero i fatti?...”

Risposta:
“In verità fu fatta una richiesta al Giudice affinchè disponesse per me il divieto di presenziare all’udienza. Naturalmente questa richiesta fu rigettata. E dunque andai.
Non presi mai la parola, e il mio avvocato, come tutti gli altri avvocati, interrogò il testimone.
Tutto qua. Anzi il testimone, dato che eravamo stati molto amici in passato, in aula mi si avvicinò e mi abbracciò.”

“Allora signora, lei ci assicura che in quella udienza non accadde nulla, non fu mai ripresa dal Giudice, tutto si svolse nel rispetto delle regole? “

Risposta:
“Si, assolutamente si.”
“Dobbiamo dedurre qualcosa di molto grave. E d’altra parte ci sarebbe il precedente tentativo di vietarle un suo diritto inviolabile. Ci dica, cosa c’è dietro fatti così …?”

Risposta:
“Non lo so, ma la mia sensazione è che lo stesso magistrato può essere vittima di una regia occulta… personalmente l’ho sempre stimato, ma non spetta a me giudicare”

“Noi però abbiamo il dovere di capire. Piuttosto, immaginiamo che lei si sarà presentata per chiarire ed evitare un rinvio a giudizio?”

Risposta:
“No, non farei un servizio alla Giustizia, io voglio che queste registrazioni e documenti vengano fuori in un processo pubblico. Ho sempre pensato che dietro Mostro di Firenze e il caso Narducci , in quarant’anni di indagini, si siano nascoste “ragioni di Stato”, o meglio di “antistato”, e per questo il mio personale interesse passa in secondo piano…”

Ora, i miei lettori si chiederanno il perché ho raccontato uno dei tanti episodi strani che hanno “arricchito” questa inchiesta.
Semplice.

Per far comprendere che se non si è giunti ad una verità oggettiva dopo tanti anni, il motivo non va addebitato alla magistratura, anche se apparentemente può sembrare giusto, ma la mia convinzione è che gli stessi magistrati, al di là del territorio di competenza, siano inconsapevolmente rimasti vittime di poteri che hanno avuto l’unico scopo di indebolire l’inchiesta mediante eventi che possono indurre dubbi, perplessità e in definitiva provocare una serie di archiviazioni.

Ribadisco il mio pieno rispetto per tutti i magistrati sia di Firenze che di Perugia che si sono occupati e si occupano di un caso tanto complesso, e per questo ritengo giusto che chi di competenza analizzi tante circostanze in una sede diversa da quella prettamente giudiziaria, proprio perché ci si avvii ad un eventuale processo nella massima serenità e senza il rischio di capovolgimenti clamorosi, come quello che vide Pacciani prima condannato a quattordici ergastoli e poi assolto dalla Corte d’Appello.

In soldoni, quanto costò allo Stato Italiano il “processo Pacciani”?


Descrizione fotografie:
1. Faldoni;
2. Ministro Alfano;
3. Ministro Maroni;
4. Punti interrogativi.