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di Gabriella Pasquali Carlizzi - Venerdì 5 Giugno 2009

CASO NARDUCCI-MOSTRO DI FIRENZE: IL 3 GIUGNO 2009, IL GIUDICE PAOLO MICHELI HA MESSO A CONFRONTO LA SCIENZA E LA NON-SCIENZA DEGLI “SCIENZIATI”… ED E’ IL CASO DI DIRE CHE IL DIAVOLO HA LE CORNA… COME L’OSSO IOIDE… ANZI I CORNI…ANCHE IN QUESTO CASO RICONDUCIBILI ALLO STRUMENTO MUSICALE…. VOCALE…
E SEMPRE PER RESTARE IN TEMA DI DIAVOLO, POSSIAMO CONFERMARE CHE SE IL CORNUTO FA LE PENTOLE, NON E’ RIUSCITO A FARE I COPERCHI…
L’avevano annunciato qualche giorno prima: per la “Scienza” con la “S” maiuscola si sarebbero aperte le porte della “Sala degli Affreschi” nell’antico e storico Palazzo di Perugia.

Forse prevedendo che l’atmosfera si sarebbe fin troppo riscaldata, qualcuno ha pensato bene di tenere tutti al “fresco”, al piano meno due dello stabile dove anche San Francesco fu carcerato.
Già alle nove del mattino fuori del Palazzo erano pronte le telecamere, tante in verità, e la prima ad essere immortalata, ormai per l’ennesima volta dal 2001, è stata la sottoscritta.

A questa udienza non potevo mancare, la mia coscienza non me lo avrebbe permesso, e non perché ho la veste di “parte civile” , ma il motivo e l’esigenza morale di essere presente va ricercato in quel lontano giorno quando misi a verbale con il dottor Mignini di aver saputo da un ex di una nota organizzazione criminale che Francesco Narducci non era affatto morto di disgrazia né si era tolto la vita, bensì lo si poteva inserire nella categoria dei “suicidati”, quei morti ammazzati che spesso passano per suicidi.

E in quel verbale, aggiunsi: “sempre che quel corpo ripescato fosse del medico…”.
Fu un tutt’uno lo scatto del Magistrato, e lo sguardo con i verbalizzanti, come se avessi toccato un punto nevralgico dei loro sospetti per fatti e circostanze che all’epoca non mi erano note.

Di lì fu disposta, almeno per atto dovuto, la riesumazione del cadavere di Francesco Narducci.
Ne seguì un lungo e complesso caso giudiziario, con tanto di collegamenti con i duplici delitti del cosiddetto Mostro di Firenze.

E ciò che riferii al Magistrato, fu poi pubblicato nel mio noto libro “Gli Affari Riservati del Mostro di Firenze”, libro finito di stampare già nel maggio del 2002, quando ancora dei risultati delle perizie nulla si sapeva, come dire, la mia testimonianza fu resa “in tempi non sospetti”.

E così, ritenendomi responsabile di tutto “questo casino”, come un imputato commentava a bassa voce con il difensore, non ho voluto mancare all’appello.

E ho fatto bene, molto bene, e vedremo il perché.

Intanto, mentre eravamo in attesa che si aprisse l’Aula, vedo arrivare il professor Giovanni Pierucci di Pavia, una cordiale e reciproca stretta di mano, e lui: “Bergamo!... Mi ricordo benissimo..”

Effettivamente, quando nel 1995 denunciai quello che prese il nome dello scandalo della “Clinica dei Vip”, conclusosi con la condanna definitiva di tutti gli imputati, nell’ambito degli atti istruttori disposti dai Magistrati dottoressa Penna e dottoressa Pugliese, vi fu anche la riesumazione della salma di Walter Chiari e il professor Pierucci fu incaricato dalla Procura ad effettuare una perizia tossicologica per stabilire se le forti dosi di cortisone somministrate all’attore potevano considerarsi come causa o concausa della sua morte.
Peccato che Walter Chiari non assumeva solo cortisone…
E così l’illustre perito, ed io stessa, grazie alla notorietà del “riesumato” rimanemmo per mesi sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, “accusati” di non lasciare riposare in pace l’amato comico.

A volte entrare nella mentalità della gente è davvero difficile, specie se da un lato ci si lamenta delle tante verità non recuperate, e quando poi si intravede un barlume di luce, ecco che i colpevoli diventano coloro che a vario titolo si adoperano per dare un contributo alla chiarezza.

Uno scambio di battute con il Professore: “Sembra un destino, per colpa mia, è già la seconda volta che facciamo prendere una boccata d’aria a chi sta sotto terra…”
“E già signora, è proprio così…”.

Arriva il bel Giudice, Paolo Micheli, e tutti ci avviamo a prendere posto nella grande Aula, la stessa dove si celebra il processo a carico di Amanda Knox e Raffaele Sollecito accusati di avere ucciso Merdith Kercher.

Un’Aula ormai consueta al PM Giuliano Mignini, che sia nel caso Meredith che nel caso Narducci-Mostro di Firenze, rappresenta la Pubblica Accusa.

La ressa delle telecamere si vanifica e le porte si chiudono al pubblico, come è previsto dalla procedura per le Udienze di Rinvio a Giudizio.

Sicuramente i giornalisti cercheranno di carpire qualche parola, un piccolo commento di sfuggita da chi esce per andare al bagno o per fumarsi una sigaretta, e resteranno appostati pronti ad avere le prime notizie, e sarà così fino a pomeriggio inoltrato, quando l’udienza viene rinviata al 17 giugno 2009.

Motivo principale del rinvio è l’assenza del colonnello Luciano Garofalo dei Ris di Parma, che ha curato per conto della Pubblica Accusa, la perizia antropometrica , cioè la comparazione tra il corpo riesumato di Narducci e le fotografie del corpo ripescato nel Trasimeno il 13 ottobre del 1985, e riconosciuto all’epoca, come quello del medico perugino.

E già, anche agli occhi dei profani la differenza tra i due cadaveri è sempre apparsa più che evidente, ma trattandosi di un caso di “annegamento” e poi di una riesumazione dopo ben sedici anni, è bene che sia la scienza a stabilire quanti e quali cambiamenti madre natura possa aver determinato.

A confrontarsi con il colonnello Garofalo, per i periti degli imputati comparirà l’illustre professor Mallegni, noto per la ricostruzione di quei volti che dobbiamo accettare così come ci sono stati tramandati, come Giotto tanto per fare un esempio…

Narducci però se lo ricordano in tanti, e le cose non andranno così lisce come per il re del “tondo perfetto”, tanto più che ci sono anche testimoni che descrissero il medico, in sede di incidente probatorio, quando lo videro prima dei funerali, andando a presentare le condoglianze alla famiglia, e lui, il defunto appariva “bello come un angelo e sereno come se dormisse”…
Ma di questo si discuterà alla prossima udienza.

Il confronto dello scorso 3 giugno ha invece avuto come oggetto l’aspetto prettamente medico-legale, e a farla da protagonista è stato un ossicino cartilagineo come uno stuzzicadenti di lunghezza tra un centimetro e mezzo e due centimetri.

L’eccellente “testimone” si chiama “corno superiore sinistro dell’osso ioide”, e così piccolo e tenero, avrà il potere di stabilire se la causa della morte di Francesco Narducci fu omicidio, suicidio, o semplice disgrazia.

Il primo ad esporre le conclusioni della perizia svolta per conto della Procura, è stato il professor Giovanni Pierucci di Pavia.

Una deposizione durata diverse ore, anche perché lo scienziato ha dovuto rispondere alle tante domande postagli dal Giudice, poi dal Pubblico Ministero, dagli avvocato delle Parti Civili, e dai difensori degli imputati.

Il Gup, dottor Micheli, sembrava precedere con i suoi quesiti quello che presumibilmente avrebbero chiesto, sebbene con toni diversi, gli avvocati difensori.

Una mossa estremamente intelligente e tipica di un Giudice che non ama essere “perdente”, nel senso che nel disporre i rinvii a giudizio vorrebbe evitare di trovarsi poi di fronte ad una sentenza di assoluzione, sentenza che sarebbe considerata come la scontata conseguenza di un “processo inutile”, soldi buttati per lo Stato.

E molte domande erano un po’ “insidiose”, tanto da mettere il professor Pierucci nelle condizioni di dover dire più volte: “ Bè, tutto è possibile… nulla può essere escluso…”.

L’esperienza , la professionalità, la signorilità dello scienziato traspariva dalla pacatezza delle risposte, come se, messo di fronti alle ipotesi più “fantasiose” non gli restasse altro che rispondere:
“Se vogliamo dire che la terra è ferma e il sole si muove… tutto è possibile…”.

In realtà quell’ossicino non è facile da fratturarsi, e tanto meno accidentalmente, in quanto dovremmo immaginare che la vittima, nel cadere magari per un malore, sia andato a sbattere contro un corpo contundente che avesse raggiunto il frammento procurando una lesione.
Una mira precisa e casuale.

Ma perchè possa essersi verificata una situazione del genere, l’ipotetico corpo contundente, avrebbe dovuto procurare almeno una lesione esterna, cosa che non è risultata all’esame autoptico.
E dunque , è verosimile pensare che quel “corno” sia stato invece raggiunto mediante una manovra digitale esterna, ripetitiva, proprio come avviene similmente nei casi di strozzamento e di strangolamento.

In verità personalmente avanzerei anche una differente ipotesi alternativa.

Infatti , è assodato che Francesco Narducci si fosse trovato suo malgrado all’interno di un gruppo di esoteristi ai quali forse si era rivolto su consiglio di un noto medico e mago perugino, il professor Francesco B. , al fine di trovare una soluzione che lo rendesse capace di dare un figlio alla povera moglie.

Ed è probabile che il giorno della sua scomparsa, gli fu tirata una trappola di questo genere, e magari con la scusa di un rituale, sia stato sottoposto a manovre particolari, con ripetute percussioni dall’interno del cavo orale. (Il disegno di Pacciani publicato in queso articolo, diviene inquietante, leggendovi proprio un "Ti strozzo"... E si intuisce nella donna nuda una "Sacerdotessa" (la somiglianza è grande) con un giovane che Pacciani rappresenta nel ceto sociale, ben vestito, ma stando attento a che non somigli ad alcuno dei "sospettati" dell'epoca).

E dovendogli in tal caso, tenere la bocca bene aperta agganciandolo con la mano sotto la mascella, si sia fratturata la cartilagine del corno superiore sinistro dell’osso ioide.

L’ipotesi accidentale fa sorridere, anche perché vi è un’ampia casistica che dimostra che in caso di incidente insieme a quell’ossicino si fratturano tutte le cartilagini circostanti lasciando segni anche organici evidenti.

Al contrario la lesione procurata da percussione ripetuta, non necessariamente provoca un versamento ematico , che peraltro essendo il soggetto ancora in vita, si perderebbe.

Una esposizione senza se e senza ma, è stata quella della dottoressa Carlesi, la quale fu incaricata dal professor Pierucci a collaborare e ad integrare i lavori peritali, data la complessità del caso.
E’ stata più volte sottolineata l’ottima conservazione del cadavere a distanza di ben sedici anni, un cadavere che conservava ancora i capelli a meno delle zone di stempiamento, le stesse che il Narducci aveva evidenti già in vita come risulta dalle fotografie.
E soprattutto lo stato integro degli organi vitali, a cominciare dal cuore.

Questi dati, da un punto di vista scientifico, non sono minimamente compatibili con un cadavere che stando alla versione dei familiari e degli altri imputati, sarebbe annegato e rimasto ben cinque giorni in acqua, peraltro a temperatura elevata come si verificò nel Trasimeno in quell’autunno del 1985, fenomeno che sembra compaia una volta ogni dieci o quindici anni.

La scienza non pone dubbi e stabilisce con certezza che il corpo di un annegato, ha tempi di putrefazione rapidissimi, che si evolvono nel giro di poche ore.
E poi, l’acqua nei polmoni, dove sta?

E dunque su questo punto, poche sono le possibilità che il Giudice avalli la tesi della morte per annegamento.

Basti leggere al tempo della riesumazione quanto riportò tutta la stampa, tanto fu lo stupore, un coro generale, nel vedere il giovane medico integro, addirittura conservava il pigmento nei capelli, uno dei primi elementi che scompare dopo la morte.
E non mancarono coloro che si chiesero: “Ma veramente morì nel 1985? Siamo sicuri?”

Unica cosa che la dottoressa Carlesi ha dimenticato di riferire al Giudice è un particolare che nulla c’entra con il cadavere ma è talmente significativo che vale bene la pena di ricordarlo.
Infatti la dottoressa Carlesi nella sua esposizione ha affermato di aver partecipato a tutti i momenti della riesumazione, fin dalla estrazione della bara dalla tomba di famiglia.

Il particolare di non poco conto è che nella targhetta che le pompe funebri appongono all’esterno delle bare onde indicare la data del decesso, in questo caso c’era scritto “9 ottobre 1985”!
E se Narducci scomparve l’8 ottobre, e il nove morì, allora il cadavere ripescato nel Trasimeno il 13 ottobre, era certamente di un’altra persona….

O dobbiamo pensare che subito dopo essere stato ucciso, morto accidentalmente, o suicida, fu buttato in acqua per simulare un annegamento e poi fu fatto riemergere dopo cinque giorni?
Bè, diciamo che almeno ai pesci, il dottore avrebbe fatto gola… e gli illustri scienziati avrebbero evidenziato ben altri elementi.

E a confermare senza ombra di dubbio i risultati peritali del professor Pierucci e della dottoressa Carlesi anche i periti della parte civile, Francesca Spagnoli, vedova del gastroenterologo.

E veniamo invece alle opposte tesi avanzate dai periti nominati dagli imputati, in primis i familiari di Francesco Narducci.

A scendere in campo, un altro nome noto, il professor Carlo Torre, anche se la sconfitta subita nel caso di Cogne, per la morte del piccolo Samuele , sarà forse stato un duro colpo alla sua scienza.
Infatti Torre fu nominato dalla famiglia Franzoni che vedeva all’epoca come unica imputata la mamma della vittima, Anna Maria Franzoni, ora condannata in via definitiva e reclusa in carcere.
In verità il professor Torre si dimise dall’incarico non condividendo il modus operandi del professor Taormina, difensore dell’imputata.

Tuttavia , nell’ambito del mandato conferitogli come perito, sostenne, a partire dalla disposizione delle macchie di sangue sul pigiama della Franzoni, ciò che in sede di verdetto finale, risultò completamente errato.

E data la risonanza di questo caso giudiziario che ancor oggi, va detto, vede spaccata in due la pubblica opinione, quel risultato scientifico cui approdò il professor Torre è stato messo in seria discussione data la discordanza con la sentenza.

A differenza di quando il perdente è un avvocato difensore, il quale per mestiere deve sostenere il contrario della pubblica accusa.

Il Perito, al di là se nominato da una parte o dall’altra, dovrebbe porsi al di sopra degli interessi, nel senso che lo strumento di un perito è la scienza, e che come tale non si presta a manipolazioni o interpretazioni distorte che ne minano alle basi la credibilità, il concetto di ricerca stessa.

Accanto al professor Torre, si sono espressi sulla sua stessa linea altri e in particolare il professor Giuseppe Fortuni.

E qui, non posso esimermi da una serie di osservazioni che debbono far riflettere chi di dovere.
Questo gruppo di scienziati ha “giocato” direi anche in modo pesante sulla psicologia sia del professor Pierucci, e a mio parere dello stesso Giudice, aggiungendoci quella tipica furbizia studiata a tavolino…. E’ il “gioco delle parti”… previsto dai codici…

Tuttavia la sensazione era quella di rivedere le mosse di taluni periti comparsi nei processi sul Mostro di Firenze tutti con un bel curriculum firmato “Sisde”…

Il fine da raggiungere anche per il convincimento del Giudice era quello per il quale, nel caso la tesi della lesione del corno superiore sinistro dell’osso ioide per cause accidentali non avesse retto, in alternativa un bel messaggio in codice per Pierucci: “Bada caro collega, che noi possiamo sempre sostenere che la frattura l’hai procurata tu, per pura imperizia, per grave incuria…”

E certo che se il professor Pierucci avesse messo da parte la sua grande signorilità e superiorità, si sarebbe alzato e se ne sarebbe andato sbattendo la porta.
In fondo di fronte a mosse di questo genere, è difficile mantenere i nervi saldi.

E su questa ipotesi, a loro dire, la più verosimile, hanno sciorinato una serie di osservazioni e di reminiscenze, che quasi quasi ci credevano loro stessi, che ben dovrebbero sapere come i svolsero i fatti.

E rivolti al Giudice:” D’altra parte prima che il professor Pierucci incidesse, alla tac e alle radiografie della lesione non vi era traccia… solo dopo l’incisione è comparsa..”
Come se non sapessero che le fratture di tipo cartilagineo difficilmente compaiono nella diagnostica per immagini, e necessitano di una esplorazione chirurgica.

E ancora: “ E’ evidente che dobbiamo parlare in ogni caso di una lesione post mortem, in quanto non sono state reperite tracce ematiche, di emoglobina, e nemmeno di una componente immortale della emoglobina, signor Giudice, il ferro, lei capisce, il ferro resta in eterno…”

Peccato, che nelle lesioni di tipo cartilagineo, a meno di una grossa lesione, è assai difficile che si accompagni un versamento, e nel caso in questione ipotizzando la vittima ancora in vita, sarebbe stato comunque dissolto!

E la vittima doveva essere viva, poiché questo tipo di lesione non provoca la morte, ma se la lesione viene procurata durante uno strozzamento con volontà omicidiaria, la causa del decesso è l’asfissia.

Ma gli scienziati non si sono limitati a “stravolgere” la scienza con interpretazioni che apparivano pesanti forzature, bensì sono ricorsi ad una strategia tipica dell’intelligence…
Esordivano così: “ Signor Giudice come giustamente ha confermato ed esposto in modo ineccepibile l’illustre professor Pierucci, anche noi sosteniamo che…..”

E continuavano affermando esattamente il contrario di quanto descritto da Pierucci, confondendo i presenti, e speriamo che non abbiano confuso chi poi dovrà decidere, il perito dei periti, il Giudice…

Ed ecco un’altra mossa assai abile…
Onde avvalorare la tesi della frattura accidentale, citano e mostrano, un libro di pubblicazioni scientifiche, in cui è il potente professor Giancarlo Umani Ronchi, secondo una generalizzata casistica, a sostenere la possibilità che la frattura del corno superiore dell’osso ioide in molte circostanze la si possa procurare per un trauma accidentale.

Ma guardate caso, parlano della frattura, ma non scendono in alcun particolare, quello fondamentale ad esempio, che in caso di trauma, devono necessariamente comparire evidenti segni lesioni o contusioni esterne.

Ma perché hanno pensato di citare Umani Ronchi?
Forse il particolare sfugge alla opinione pubblica, ma non a Gabriella Carlizzi, che oltre ad aver conosciuto personalmente il professore, sa bene che come perito è stato nominato proprio nell'ambito dell'incidente probatorio nel noto processo per la morte di Meredith Kercher.

Sembra di vederli riuniti nella stanza dello “scienziato”: “ Sai che facciamo, portiamo un qualche studio di Umani Ronchi, qui è un perito di fiducia... e quindi abbiamo più possibilità di affermare la nostra tesi…. Eh, eh,…” e giù pacche sulle spalle…

Peccato, che la sottoscritta, si è ricordata di un caso simile alla lesione del Narducci, un delitto recente, e di cui fu proprio Umani Ronchi ad occuparsi come perito.
Evito di dare riferimenti precisi in questo articolo, onde non dare spunti di ulteriori manovre all’avversario, ma mi limito a riportare tra virgolette una piccola parte della perizia di Umani Ronchi in quel delitto, utile , lo spero, per chi ha orecchie per intendere:

“…mobilità preternaturale del corno sinistro dell’osso ioide e del corno superiore sinistro dello scudo tiroideo sinistro, fratture comuni nelle asfissie meccaniche e particolarmente nello strozzamento e nello strangolamento…” (Giancarlo Umani Ronchi)…

Ho definito Umani Ronchi come un uomo molto potente, perché pochi sanno che è anche il direttore dell’Obitorio di Roma, e quando a capo della Criminalpol c’era il dottor Nicola Cavaliere, si sono occupati insieme di casi che benché rimasti insoluti, fanno ancor oggi parlare le cronache nazionali, nonostante siano trascorsi decenni.
E dirigere l’Obitorio di Roma, non è da tutti…

I giornali sull’udienza del 3 giugno hanno titolato: “Narducci strangolato” , “No, suicida”, ponendo sullo stesso piano le parti che si sono confrontate…

Questa parità non è nemmeno ipotizzabile, e nemmeno nel merito di pareri che dovrebbero esprimersi limitandosi alle risultanze scientifiche, perché così non è nelle procedure processuali.

Infatti ai periti viene dato accesso agli atti, e non ci si può dimenticare, in ben otto anni di indagini, quelle che sono state le prove testimoniali, i risultati investigativi della polizia giudiziaria, il materiale sequestrato nel corso di numerose perquisizioni… e dunque, penso che tentare di evitare il dibattimento ignorando i punti fermi ai quali sono approdati gli inquirenti, sia una mossa di pessimo gusto e che pone sospetti ancor più gravi….

Cos’altro dobbiamo scoprire?...

Ce lo dirà il verdetto a conclusione di un processo a porte aperte….

Scusate, dimenticavo…
La parte offesa Michele Giuttari e l’imputato Mario Spezi, continuano ad essere sulla scena del delitto…. “i grandi assenti”…!


Descrizione foto:

1. Osso ioide;
2. Disegno di Pietro Pacciani;
3. Pierucci e il suo staff;
4. Dott. Carlo Torre;
5.Prof. Giancarlo Umani Ronchi;
6. Ritratto di Francesco Narducci;
7. Il Giudice Micheli;
8. Il PM Giuliano Mignini.

 

di Gabriella Pasquali Carlizzi - Domenica 17 Maggio 2009

MOSTRO DI FIRENZE: “UN’INDAGINE ESTREMA DEL COMMISSARIO LUPO BELACQUA”, ULTIMO THRILLER DI MARIO SPEZI.
UN LIBRO CHE PARLA… MA A POCHI, AI SOLI CHE HANNO VISSUTO E CONTINUANO A VIVERE DALL’INTERNO L’INCHIESTA INFINITA SUI DUPLICI DELITTI DELLE “COPPIETTE”…
AI “PROFANI”, IL NARRATORE, OFFRE UN AFFASCINANTE ENIGMA, A VOLTE INQUIETANTE, A VOLTE DIVERTENTE, MA SICURAMENTE DALLO STILE BEN STUDIATO …. UN TEST UTILE PER GLI “STRIZZACERVELLI”…

C’è da chiedersi quanto tempo Mario Spezi abbia impiegato per elaborare un cosiddetto “romanzo” che risulta essere una difficile prova per gli appassionati di rebus, di enigmi, e nemmeno tutti, ma solo quelli che hanno frequentato l’Università di Mostrologia, e si sono specializzati in “Mostro di Firenze”.

In ogni caso, il narratore ha mostrato in questo giallo, l’abilità del “genio”, e per questo vale la pena di commentare l’opera, anche al fine di tracciare una “guida alla lettura” di “Un’indagine estrema del Commissario Lupo Belacqua.

In questo caso, prima di entrare nel merito della trama vera e propria, è necessario sottolineare alcune nostre osservazioni.

Infatti, l’autore, fa precedere il racconto da una citazione:

“CON TUTTO CHE QUESTO CHE IO TI FO NON SI POSSA
ASSAI PROPIAMENTE VENDETTA CHIAMARE, MA PIU’ TOSTO
GASTIGAMENTO”

(Boccaccio, Decamerone,
Ottava giornata novella settima)

In calce al testo leggiamo:

“Questo romanzo è liberamente ispirato a fatti di cronaca. L’ideazione e lo sviluppo della storia e dei personaggi sono frutto della fantasia dell’autore”

Dunque l’ignaro lettore dovrebbe dedurre che la trama si articola intorno a fatti realmente accaduti, mentre nomi, luoghi, e circostanze dovrebbero essere inventati, appunto come quando nella narrativa ci si tutela con la classica formula “ogni riferimento a fatti realmente accaduti o a persone realmente esistite o esistenti è puramente casuale”.
Dunque nomi frutto della fantasia dell’autore e non riconducibili a nessuno che esista nella realtà, se non per puro caso…

Tuttavia, Mario Spezi, nella presentazione del suo thriller, pubblicata sul suo sito web, dopo aver sintetizzato la trama conclude:

“Il doppio finale che attende il lettore è così spiazzante da lasciare interdetti. E forse farà infuriare qualcuno. Ma così è la vita. “

La domanda è d’obbligo. “Perché mai un romanzo dovrebbe fare infuriare qualcuno?”
E d’altra parte la citazione del Boccaccio, scelta non a caso dall’autore, appare abbastanza eloquente.
Dunque anche in questo “labirinto letterario” si rende necessario individuare il “messaggio” forse criptato in una storia apparentemente avvincente ma con precisi destinatari.

Ma chi è Lupo Belacqua?

Un Commissario e Capo della Squadra Mobile di Firenze.

In che anni è ambientato il romanzo?

Spezi ci dà una traccia.
Infatti parla di “euro”, parla di un mese di “agosto”, ma soprattutto parla della larva Calliphora… Dunque siamo nell’estate del 2002.

Infatti proprio in quell’estate Mario Spezi, approfittando della presentazione del libro di Cecioni e Monastra “Il Mostro di Firenze” , evento che si tenne alle Giubbe Rosse , noto circolo letterario della città dell’arte, il “mostrologo” annunciò di avere in mano uno scoop mondiale e tale da far saltare tutte le indagini sui duplici delitti del Mostro, e smascherare gli inquirenti che a suo dire, le avrebbero depistate negli anni.

Invitava pertanto i presenti a seguire per il lunedì successivo la trasmissione “Chi l’ha visto?” durante la quale avrebbe fatto il botto con il suo “scoop”.

Ma di che si trattava?
A sentire Spezi, la prova era inconfutabile e scientifica, aveva perfino un nome, era una testimone “eccellente”…
Ma chi?
Come, non conoscete la larva Calliphora?....

Ora, è opportuno ricordare il motivo per cui Spezi insieme al regista di “Chi l’ha visto?” , Pino Rinaldi, organizzarono quello che non riuscì, né come scoop, né tanto meno servì a distruggere decenni di indagini, e men che se ne dica a convincere il competente Tribunale di Genova ad accogliere le ripetute istanze presentate dal difensore di Vanni, ed ora anche difensore di Mario Spezi, per la revisione della sentenza definitiva che vide condannati i “compagni di merenda”.

Calliphora, mosca era, e mosca rimase… anzi la mosca dei morti.

Ma che doveva dimostrare questa larva?
In sintesi, Spezi e chi per lui, sostenevano che l’ultimo duplice delitto, quello della coppia dei francesi, il Mostro non lo commise l’8 settembre del 1985, bensì almeno ventiquattro ore prima.
E se così fosse stato, allora Pacciani avrebbe avuto un alibi di ferro, e di conseguenza la “confessione” del “pentito” Lotti sarebbe stata in qualche modo “estorta” dagli stessi inquirenti, in cambio di una “sistemazione” più decorosa del reo-confesso.

Ora ci si chiederà: dove sta il collegamento tra la “Calliphora” di cui parla Mario Spezi nel suo thriller, e la Calliphora che il “mostrologo” chiamò a testimone nel duplice delitto degli Scopeti?

Il collegamento è proprio in questa machiavellica opera letteraria, quando l’autore, dopo aver precisato che i riferimenti della narrazione sono frutto della sua fantasia, fa finta di dimenticarsene, e pubblica nomi e cognomi reali e ben collocabili in fatti e circostanze dettagliate.
Ed ecco che a pagina 50 e seguenti dell’intrigante thriller leggiamo due nomi che ci sembra di aver già sentito: gli illustri professori anatomo-patologi ed etmologi, Introna ed Altamura.

Ma come non doveva essere un romanzo?

Introna ed Altamura, non furono gli scienziati che espletarono per Spezi&Company la perizia sulla Calliphora ritrovata sui cadaveri dei due poveri francesi uccisi dal Mostro?

Certo che si, furono proprio loro, ed ecco che senza nemmeno ricorrere a nomi di fantasia, Spezi ce li vuole ricordare nel “romanzo” con le loro vere identità.

A questo punto la lettura si fa sempre più interessante: e come non cedere alla curiosità di andare a verificare anche la reale esistenza di altri illustri nomi citati nel libro?

Impossibile non rimanere sconcertati, impossibile non chiedersi il movente che abbia spinto l’autore a rischiare tanto, ad esporsi in prima persona a querele da parte di chi può ben pagarsi parcelle astronomiche di avvocati, quei “Principi del Foro” che sono capaci di ottenere risarcimenti per decine e decine di migliaia di euro.

A meno che, tra l’autore del thriller e i personaggi illustri, realmente esistenti, cui Spezi attribuisce ruoli anche criminali, oltre che di gay e lesbiche, non ci sia stato preventivamente e chissà per quali oscure vicende, un tacito “accordo”.

Ricatti? …..
Chiamate in correo?.....

Difficile immaginarlo, fatto sta che più lo si legge e più il “romanzo” appare realtà.

Una delle famiglie protagoniste della storia sono i gioiellieri Giannelli, tra le più prestigiose e antiche gioiellerie fiorentine.

E come tali sono presentati nel thriller, con l’aggiunta che la figlia Lorenza, amante della bella Leah Ross, organizza con quest’ultima l’omicidio del proprio marito, al quale le due lesbiche intendono scippare l’esigua somma di un milione di euro, frutto di una mercanzia di diamanti.
A sua volta, il genero del vecchio Giannelli, ucciderà invece con un colpo di scena la moglie Lorenza, figlia appunto del Giannelli.
Dunque una famiglia di assassini, depravati dediti ad affari sporchi nel mercato dei diamanti.

E così il lettore che credeva di leggere una storia ispirata a fatti reali con nomi di fantasia, si ritrova dinanzi a nomi veri e di chiara fama, protagonisti di fatti….
Qui, il rebus, perché a dar retta all’autore il racconto si ispira a fatti di cronaca….

Vedremo come reagiranno i signori Giannelli dopo la lettura di questo articolo, semmai dimenticassero di leggere il libro ignorando di essere stati “prescelti”, come obiettivo di ciò che non saremo noi a stabilire…

E che dire di quel povero Cecchini, il macellaio dei Vip, ove fanno salotto i turisti ma anche tutta la nobiltà delle colline fiorentine, nella frequentatissima Macelleria di Panzano nel Chianti?

Costui ha anche un sito web, e ci si accorgerà che oltre al nome, la descrizione del personaggio è perfetta e riconoscibile nella fotografia che compare nella “rete”.
Si potrebbe pensare ad una pubblicità concordata, ma considerando il ruolo che Spezi attribuisce al macellaio nel suo “romanzo”, appare più facile ipotizzare un qualche “messaggio in codice”, senza dimenticare la descrizione del coltello.

Il Cecchini dunque adescherebbe le giovanissime e nobili fanciulle, conosciute in occasione di qualche festa per cui prepara i piatti tipici del luogo, e poi tirate in trappola con misteriose email, dal mittente suggestivo e categoricamente “magico”, misterioro…

Pan666…

E bravo il Cecchini, chissà se si è letto in questa veste e chissà magari quanta gente che conosce bene l’uso del “romanzo” da parte di certi narratori, se ne guarderà bene da oggi in poi a farsi vedere in quella macelleria…

Ancora una volta nomi reali… e i fatti?
Stando all’autore dovrebbero essere fatti di cronaca…

E così di seguito per tutte le 215 pagine, un nome dopo l’altro, un delitto dopo l’altro, il tutto annodato intorno al principale protagonista della storia: Lupo Belacqua.

E qui viene il bello… anzi è il caso di dire che l’autore nel coniare il nome del Commissario, Capo della Squadra Mobile di Firenze nel 2002 (ricostruendo gli eventi citati nel thriller), ha toccato il livello della genialità.

Un vero rompicapo, anche se un indizio Mario Spezi, da generoso qual è lo ha lasciato per i lettori “di buona volontà”.

E vediamo di sviluppare un ragionamento e seguire il nostro filo d’Arianna.

Intanto, come abbiamo evidenziato, l’autore cita Boccacccio, e manda a dire a qualcuno che questo “romanzo” è da considerarsi un “gastigamento”.

Andando poi alla pagina 163, leggiamo:

“C’è un libro….che contiene tutti gli altri libri, tutti. E’ l’unico che valeva la pena di essere scritto. Se hai letto quello, hai letto tutti i libri del mondo. Gli altri, compresa la “Divina Commedia” e “Topolino”, sono solo divagazioni in attesa della risposta, che non viene mai, alla domanda posta dal primo…”

E’ Lupo Belacqua che parla, e il libro che secondo lui conterrebbe tutti i libri del mondo è il Libro di Giobbe, nella Bibbia.
Attenti però…
L’autore mette in evidenza con tanto di virgolette, la “Divina Commedia” e “Topolino”, dunque un richiamo per il lettore, almeno così lo abbiamo interpretato.

Pertanto pensiamo che in questi due “elementi” potrebbe essere criptato il nome di Lupo Belacqua, e di conseguenza il perché lo si sia attribuito al Commissario…

Sarà pure una casualità, ma “Belacqua” lo troviamo realmente nel IV° Canto del Purgatorio della Divina Commedia con i seguenti versi:

“Là ci traemmo; e ivi eran persone
che si stavano a l'ombra dietro al sasso
come l'uom per negghienza a star si pone.
E un di lor, che mi sembiava lasso,
sedeva e abbracciava le ginocchia,
tenendo 'l viso giù tra esse basso.
«O dolce segnor mio», diss'io, «adocchia
colui che mostra sé più negligente
che se pigrizia fosse sua serocchia».
Allor si volse a noi e puose mente,
movendo 'l viso pur su per la coscia,
e disse: «Or va tu sù, che se' valente!».
Conobbi allor chi era, e quella angoscia
che m'avacciava un poco ancor la lena,
non m'impedì l'andare a lui; e poscia
ch'a lui fu' giunto, alzò la testa a pena,
dicendo: «Hai ben veduto come 'l sole
da l'omero sinistro il carro mena?».
Li atti suoi pigri e le corte parole
mosser le labbra mie un poco a riso;
poi cominciai: «Belacqua, a me non dole
di te omai; ma dimmi: perché assiso
quiritto se'? attendi tu iscorta,
o pur lo modo usato t'ha' ripriso?».
Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?
ché non mi lascerebbe ire a' martìri
l'angel di Dio che siede in su la porta.
Prima convien che tanto il ciel m'aggiri
di fuor da essa, quanto fece in vita,
perch'io 'ndugiai al fine i buon sospiri,
se orazione in prima non m'aita
che surga sù di cuor che in grazia viva;
l'altra che val, che 'n ciel non è udita?».“

I versi di Dante dipingono con straordinaria esattezza la descrizione che Spezi fa del Commissario Belacqua, o meglio di una parte della sua doppia personalità, poiché vi è nel personaggio un volto nascosto, quello stesso volto che alla fine del “romanzo” indurrà il Capo della Mobile di Firenze a propendere per una scelta “estrema”… la corruzione, in mancanza delle prove capaci di dimostrare la verità cui pure era giunto, aiutato dall’ispiratore Klemm e dal suo pur capace intuito investigativo.

L’altra faccia del Commissario sarà forse criptata nel nome, Lupo ?

In effetti l’autore del “romanzo” cita tra virgolette “Topolino”: e chi non ricorda a questo punto lo storico “Pluto”?

E ancora una volta ci ritroviamo sulle tracce di Dante, non più in Purgatorio, ma nel VII° Canto dell’Inferno, quando Pluto cerca di sbarrare la strada al “visitatore” e questi gli risponde:

“Taci, maledetto Lupo!
Consuma dentro te con la tua rabbia.
Non è senza cagion l’andare al cupo:
vuolsi ne l’alto là dove Michele
fè la vendetta del superbo strupo”

Che dire, se non applaudire alla genialità del narratore Mario Spezi?

Qualcuno si chiederà il perché nel “romanzo” l’autore appiccica addosso al Commissario Lupo Belacqua un dialetto da romanaccio….

Sorridiamo, mentre la risposta ci viene spontanea:
“Almeno in questo, Mario Spezi, ha usato la fantasia… purchè dialetto sia!”


Descrizione foto:

1. Copertina del libro di Mario Spezi "Un'indagine estrema del commissario Lupo Belacqua";

2. La casina delle fate;

3. La ex fabbrica di palottole e dinamite Nobel;

4. La facciata della gioielleria Gianelli;

5. L'insegna dell'Antica Macelleria Cecchini.

di Gabriella Pasquali Carlizzi - Domenica 10 Maggio 2009

“MOSTRO DI FIRENZE-CASO NARDUCCI” …BAGNO A RIPOLI: UN DUPLICE DELITTO “RISOLTO” TROPPO IN FRETTA…
COME DIRE: “GUAI A CHI PARLA DEL MOSTRO…”
MA POICHE’ SIAMO IN UN PAESE DEMOCRATICO, CI RITENIAMO LIBERI DI ESPRIMERE UN’OPINIONE, O ANCHE DI IMMAGINARCI COME SE ANCHE NOI FOSSIMO INVESTIGATORI… O ATTENTI OSSERVATORI…. O PER QUALCUNO, AMANTI DI DIETROLOGIA… CHISSA’…?

Un fatto è certo: nel tardo pomeriggio di sabato 9 maggio 2009, le agenzie di stampa lanciavano la notizia: “ I corpi di due giovani, trovati sgozzati nel bosco in prossimità di Bagno a Ripoli..”, e di seguito altre informazioni.

Si trattava di una coppia di ex fidanzati, Giulia Giusti di 22 anni e Lapo Santiccioli di 27, ambedue abitanti a Bagno a Ripoli.

E già nella stessa serata, i Carabinieri accorsi sul posto, essendo stati chiamati da un giovane motocrossista che se li era trovati davanti, rasserenavano la popolazione, affermando con certezza che si era trattato di un omicidio-suicidio.

E gli elementi per una conclusione del genere c’erano tutti.

Infatti la coppia da tempo viveva una notevole tensione, lei non voleva più saperne, lui non si rassegnava, al punto da minacciare il suicidio e da scrivere un biglietto trovato nell’auto e indirizzato ai genitori chiedendo perdono per il suo gesto.

Poi, l’ultimo tentativo di riconciliazione, finito però in tragedia.

Già, ma perché si è reso necessario tranquillizzare la comunità di Bagno a Ripoli?

E’ stata la reazione di tutti, quella di pensare immediatamente al Mostro di Firenze, tornato a colpire proprio lì , in quelle colline “addolcite” dal sangue di tante vittime…

Chissà se qualcuno si è chiesto come mai, a tanti anni di distanza, e con sentenze ormai definitive, la gente reagisce in questo modo?
Non se ne deduce forse che la convinzione collettiva è quella che il Mostro è ancora vivo e a piede libero?
E se fosse qualcosa di più di una semplice convinzione, se le persone di Bagno a Ripoli, avessero invece fondati motivi per spaventarsi?

Proviamo a riflettere su alcuni elementi apparentemente scollegati tra di loro, ma che se osservati sotto una diversa luce, potrebbero evidenziare un ipotetico quadro non poco inquietante.

Intanto per coloro che seguono da sempre questa terrificante pagina della nostra cronaca nera, Bagno a Ripoli non è un luogo per così’ dire al di sopra di ogni sospetto.

Infatti, in circa quarant’anni di indagini, molti illustri esperti impegnai in questo caso giudiziario, hanno ipotizzato che il Mostro vivesse o comunque disponesse di una casa situata in questo paese.
In particolare il noto criminologo Francesco Bruno, nel suo trattato “Analisi di un Mostro”, ha tracciato le coordinate precise che gli hanno consentito, non di ipotizzare, ma di affermare con certezza, che il Mostro lo si doveva cercare a Bagno a Ripoli.

Casualità?.... Forse…ma non è la sola.

Tra i tanti sospettati, ce ne è uno ancora in vita, il quale quando si cominciò a parlare di Pacciani, come possibile “Mostro”, aveva una società di pellami e accessori, la cui sede legale era proprio a Bagno a Ripoli, dove appunto il sospettato ha effettivamente un punto d’appoggio.

E proprio a Bagno a Ripoli, nel 2006 il sospettato fu “attenzionato” su delega della Magistratura, e un pomeriggio fu visto addirittura con dei “feticci” allestire il necessario per la celebrazione di un non meglio precisato rito, cui avrebbero dovuto partecipare tre illustri personaggi provenienti da Roma…
Già, avrebbero, in quanto qualcuno li avvertì e fu avvertito anche il sospettato e la “serata” andò per così dire a monte…

Ora, se analizziamo queste coincidenze, benché strane come tali, possiamo anche immaginare che la gente del posto abbia avuto una reazione di panico, non solo per lontani ricordi di coppie ammazzate, ma forse in quel paese si sa quello che ancora nessuno ha avuto il coraggio di denunciare.

E’ noto che nelle vicende del Mostro di Firenze e del caso Narducci, si dia per scontata una componente esoterica, come anche nella sentenza definitiva a carico dei cosiddetti “compagni di merenda” fu accertato che le parti anatomiche asportate venivano vendute a qualcuno interessato per un utilizzo rituale.
E va anche detto che questi “cimeli” non si distruggono, non è facile disfarsene e restano eterni, passando in “eredità” di mano in mano, di custode in custode.

Ora, il giorno precedente a questo duplice delitto, si è appreso di una sentenza emessa dalla Corte di Cassazione, una sentenza che potrebbe avere scatenato l’ira e la vendetta di qualcuno, magari proprio di colui che fu visto nel 2006 a Bagno a Ripoli in possesso dei feticci…

A questo punto, potrebbe essersi reso urgente e necessario un” rito” che in qualche modo, direttamente o per induzione provocasse un delitto riconducibile, sia pure apparentemente, ai delitti del Mostro, ma con qualche caratteristica capace di farci ricordare anche il medico di Perugia, Francesco Narducci.

Certo la paura di affrontare un processo fuori da Firenze, e dove non si può far valere alcun ricatto, induce a tentare il tutto per tutto, e dunque perché non procurarsi una qualche protezione di quella stessa “Divinità” cui tanti sacrifici furono offerti?

Nei Blog molti già parlano di “codici” presenti in questo delitto, e a dire il vero, già dai nomi delle povere vittime verrebbe da pensare al bisogno di qualcuno di difendersi dalla Giustizia.
Come anche analizzando la numerologia del delitto stesso, l’età delle vittime, il giorno del massacro, l’ora presunta e tanti altri elementi, volendo vi si riconoscono i parametri della schola esoterica più comunemente denominata “Rosa Rossa”.

Ed è strano anche il fatto che a trovare i due cadaveri sia stato un amante dl motocross a bordo della sua “belva”, proprio come lo era Narducci, quando negli anni del Mostro, in compagnia di un nobile amico scorrazzava con la sua moto su e giù per quelle colline…

E neanche a farlo apposta, i Carabinieri sembra abbiano rinvenuto nell’auto del ragazzo un biglietto, in cui il poveretto, disperato, chiedeva perdono ai genitori per quel gesto estremo …
Proprio come il biglietto che fu ritrovato nella casa di Francesco Narducci dopo la sua scomparsa e la sua morte…

E veniamo alla dinamica del delitto in sé.

A quanto se ne sa, i due ex fidanzati si incontrano, qualcuno dice per un tentativo di riconciliazione, ma è pur vero che si ritroveranno i regali, dunque vi era l’intenzione di restituirseli, come si usava un tempo quando ci si lasciava.

Ma c’è il coltello, fatto che indurrebbe a pensare che o l’omicidio o il suicidio, erano premeditati.

Perché lei, che già si sentiva perseguitata dalle insistenze del suo ex, pedinata, minacciata, accetta di salire in macchina con uno che poteva perdere la testa e quando ha visto che si dirigeva verso il bosco, non è scappata, prima che si consumasse la tragedia?

E lui, è plausibile che abbia avuto il sangue freddo al punto da infliggersi ben tre coltellate fino a morire sgozzato?
Badate che il coltello non è una pistola, darsi una coltellata è cosa ben diversa dallo spararsi un colpo alla tempia.
Senza contare che già dopo la prima coltellata, ammesso che si abbiano ancora le forze, scatta l’istinto di sopravvivenza, istinto che supera qualunque volontà di cinismo o masochismo…

A meno che, escludendo che non abbia partecipato al delitto una terza persona, quello che è stato considerato un “raptus di follia”, non sia stato invece un gesto “indotto” da un “controllo mentale” a distanza… poca distanza in questo caso se l’induzione partiva da Bagno a Ripoli.

Nella storia del Mostro siamo abituati ai “suicidi” più inverosimili, basti ricordare Elisabetta Ciabani, l’amica del cuore di Susanna Cambi, vittima del Mostro… Anche il delitto della Ciabani, trovata con un gran numero di coltellate sul ventre, fu archiviato come omicidio… e siccome nessuno l’aveva ammazzata, il colpevole non fu mai trovato…

Di certo possiamo affermare che già da un paio di settimane alla Magistratura competente risulta che qualcuno apprese da un “investigatore” che costui nel 2006 vide certe cose proprio in quel di Bagno a Ripoli…

di Gabriella Pasquali Carlizzi - Martedì 28 Aprile 2009

MOSTRO DI FIRENZE-CASO NARDUCCI: UNA DOMANDA …. DI PIOMBO!
L’INQUIETANTE DISCORDANZA SUI BOSSOLI REPERTATI SUI LUOGHI DEI DUPLICI DELITTI….
UNA VIA CHE PUO’ PORTARCI DRITTI DRITTI A GUARDARE IN FACCIA IL GIUSTIZIERE DELL’AMORE ALTRUI…
Da un’ attenta consultazione degli atti processuali, nonché da quanto è stato scritto e pubblicato dagli investigatori titolari delle indagini, in relazione ai bossoli repertati e che hanno consentito di stabilire che il Mostro ha ucciso sempre con la stessa arma, una Beretta 22, il dato che come ripeto, coincide in tutti i documenti, è relativo al numero dei bossoli ritrovati, un numero sempre inferiore ai colpi sparati.

Tanto è vero che si è pensato che il Mostro dopo aver ucciso, portasse via con se una parte di bossoli, forse per inviarli insieme ai suoi numerosi messaggi, che recapitava sia agli inquirenti, sia facendoli ritrovare unitamente ai guanti, o anche nell’orto stesso di Pacciani.

Vediamo quanto risulta ufficialmente in atti.

Delitto: 14 Settembre 1974
Colpi sparati: NOVE
Bossoli ritrovati: CINQUE

Delitto: 6 Giugno 1981
Colpi sparati: OTTO
Bossoli ritrovati: CINQUE

Delitto: 22 Ottobre 1981
Colpi sparati: SETTE
Bossoli ritrovati: SETTE

Delitto: 19 Giugno 1982
Colpi sparati: SEI
Bossoli ritrovati: NOVE

Delitto: Settembre 1983
Colpi sparati: SETTE
Bossoli ritrovati: QUATTRO

Delitto: Luglio 1984
Colpi sparati: SEI
Bossoli ritrovati: CINQUE

Delitto: Settembre 1985
Colpi sparati: SETTE
Bossoli ritrovati: NOVE

DAL LIBRO EDITO DA SONZOGNO, NEL 1983, INTITOLATO: “IL MOSTRO DI FIRENZE” E IL CUI AUTORE E’ MARIO SPEZI, RIPORTIAMO FEDELMENTE:

CAPITOLO 1 – BORGO SAN LORENZO – SABATO 14 SETTEMBRE 1974 –

ALLE PAGINE 12 E 13 SI LEGGE:

…..”NEANCHE MEZZ’ORA DOPO, ARRIVANO DA FIRENZE IL SOSTITUTO PROCURATORE DELLA REPUBBLICA ANTONIO LA CAVA CON IL CAPITANO DEI CARABINIERI OLINTO DELL’AMICO E POI I GIORNALISTI E I FOTOGRAFI…..”

“L’INDAGINE SI PRESENTA MOLTO DIFFICILE. SUL LUOGO DEL DELITTO, IN MEZZO ALLA TERRA BAGNATA E A LUNGO CALPESTATA DAI CURIOSI PRIMA DELL’ARRIVO DEGLI INQUIRENTI DA FIRENZE, SI RACCOLGONO POCHI OGGETTI, NESSUN INDIZIO. CI SONO UNDICI BOSSOLI PIUTTOSTO VECCHI DI MARCA WINCHESTER PER UNA PISTOLA CALIBRO 22. C’E’ UN BOTTONE RIVESTITO DI CUOIO DEL TIPO CHE SI APPLICA ALLE GIACCHE SPORTIVE CHE PORTANO I CACCIATORI. NIENTE ALTRO……”

CAPITOLO 2 – SCANDICCI – SABATO 6 GIUGNO 1981 –

ALLE PAGINE 27 E 28 SI LEGGE:

“….ATTORNO ALL’AUTO DI GIANNI IL COMMISSARIO DELLA SQUADRA MOBILE SANDRO FEDERICO, IL COLONNELLO DELL’AMICO, IL GIOVANE SOSTITUTO PROCURATORE DELLA REPUBBLICA ADOLFO IZZO SI INTERROGANO E CHIEDONO RISPOSTE AI MUTI ELEMENTI DELLA SCENA DEL DELITTO.

SUL TERRENO LA “SCIENTIFICA” TROVA UNDICI BOSSOLI, LO STESSO NUMERO RACCOLTO SUL CAMPO DI SAGGINALE. ANCHE QUESTI SONO DI UNA RIVOLTELLA CALIBRO 22….”

“…..A PARTE GLI UNDICI BOSSOLI DI PISTOLA CALIBRO 22, LA PIU’ COMUNE, L’ASSASSINO NON HA LASCIATO ALCUN INDIZIO….”

CAPITOLO 4 – CALENZANO – GIOVEDI’ 22 OTTOBRE 1981 –

A PAGINA 60 SI LEGGE:

“…IL CAPO DELLA “SCIENTIFICA” CASTIGLIONE RACCOGLIE SUL TERRENO NOVE BOSSOLI WINCHESTER. ALTRI DUE SONO SUL PAVIMENTO DELL’AUTO . SUI FONDELLI I DUE SEGNI A MEZZALUNA, QUASI DUE UNGHIATE CHE SONO ANCHE SUGLI ALTRI 22 BOSSOLI RACCOLTI A BORGO SAN LORENZO E A SCANDICCI. L’ASSASSINO E’ SEMPRE LUI, IL MOSTRO.”

CAPITOLO 7 – BACCAIANO – SABATO 19 GIUGNO 1982 –

A PAGINA 108 SI LEGGE:

“PER GLI INVESTIGATORI E GLI INQUIRENTI NON POSSONO ESISTERE DUBBI CHE L’ASSASSINO E’ SEMPRE LO STESSO, IL MOSTRO. I BOSSOLI DELLA CALIBRO 22 LASCIATI SUL TERRENO SONO LA FIRMA SUL TERZO DUPLICE OMICIDIO CHE HA COMMESSO IN UN ANNO. CON QUELLO DI BORGO SAN LORENZO, LE VITTIME SONO ORMAI OTTO ….”

LEGGENDO LA NAZIONE DEL 21 GIUGNO 1982, E’ SEMPRE MARIO SPEZI CHE SCRIVE E FIRMA:
“…MANCA LA PERIZIA BALISTICA SUGLI UNDICI PROIETTILI
ESPLOSI SABATO NOTTE…MA ANCHE QUESTO NECESSARIO ESAME SEMBRA SOLO UNA FORMALITA’.”

Ora, evitando inutili approfondimenti o interpretazioni, è evidente che l’autore di queste dichiarazioni, chiama in causa magistrati, investigatori, la “scientifica”, i quali oltre che essere presenti avrebbero materialmente svolto le operazioni di raccolta e custodia dei reperti, ben numerati, davanti ad un testimone oculare che fu il primo a scrivere un libro d’inchiesta, quando ancora il Mostro uccideva.

Va anche detto che in questo libro vi sono contenuti fatti gravissimi, descritti con dovizia di particolari, e sui quali non si può soprassedere come se vi fossero vittime di serie A e vittime di serie B, atteso che, ripeto, si tratta dei primi delitti, che da quanto si sa, possono considerarsi “archiviati”. E dunque quanto viene dettagliatamente esposto dall’autore del libro, assume una fondamentale rilevanza anche nella speranza di poter dare una risposta a quanto fino ad oggi non è stato possibile, grazie ad un testimone oculare, che pur avendo pubblicato cose di tale importanza, evidentemente non fu letto attentamente.

E non sono poche le osservazioni che viene spontaneo fare, specie quando sottolinea quale principale analogia tra questi delitti, il fatto che siano stati repertati sul posto, sempre lo stesso numero di bossoli, al punto da considerare tale elemento come la firma del Mostro.

Ora è impensabile che le autorità citate dall’autore e presenti alle operazioni di ricognizione, abbiano raccolto undici bossoli ad ogni delitto, e se ne siano persi la metà per la strada, e dunque che mistero si nasconde dietro circostanze tanto inquietanti?

Oltre al fatto che Mario Spezi, fa finalmente luce su un dubbio che ha impegnato gli inquirenti per molto tempo, specialmente il dottor Giuttari, nel sospettare che le pistole fossero due, e questo proprio in conseguenza del fatto che i conti non tornavano.

Spezi ripete più volte che il Mostro anche quando sparava ad esempio sette colpi, comunque finiva di scaricare completamente la pistola, magari sul corpo di uno dei cadaveri. E ci chiarisce che è sempre una stessa pistola a dieci colpi più l’undicesimo in canna.

Tutto questo, pensate, all’autore del libro era ben chiaro fin dal 1983, quando il Mostro avrebbe ancora ucciso la coppia dei tedeschi, poi Pia Rontini e Claudio Stefanacci, ed infine i due francesi, nella tenda.
Una analisi attenta del testo, potrebbe perfino farci trovare di fronte ad un quadro diverso da quanto si è sempre pensato, anche in considerazione dell’estrema esattezza con cui l’autore riferisce particolari inediti, mai emersi né in sede processuale, ne in alcun atto giudiziario.

Qualcuno vuole commentare questa circostanza e tentare di fornire una risposta?....
Io la mia l’ho già data…..

IL QUOTIDIANO “LA NAZIONE” DI IERI 20 APRILE 2009, RIPORTAVA IN CRONACA DI PERUGIA L’ARTICOLO CHE PUBBLICHIAMO QUI DI SEGUITO.
RITENIAMO CHE PARTIRE DA UN PUNTO DI RIFERIMEsNTO UFFICIALE CIRCA LO STATO ATTUALE DI QUESTA INCHIESTA, SIA UNA GARANZIA PER NON PERDERCI IN DISCUSSIONI ASTRATTE E INADEGUATE ALLA SERIETA’ DELLA VICENDA.

LA NAZIONE – 20 APRILE 2009

IL MOSTRO DI FIRENZE

Indagini sulla morte di Narducci
22 persone chiamate davanti al gup

Gli esperti di accusa, difesa e parte civile che hanno svolto le consulenze sulle cause della morte di Francesco Narducci e sulla compatibilità del cadavere ripescato al lago Trasimeno il 13 ottobre del 1985 con quello del gastroenterologo, saranno sentiti il 3 giugno prossimo, nell'ambito dell'udienza preliminare che vede imputate 22 persone per presunte irregolarità compiute in occasione del ritrovamento del cadavere del medico perugino.

Perugia, 20 aprile 2009 - Gli esperti di accusa, difesa e parte civile che hanno svolto le consulenze sulle cause della morte di Francesco Narducci e sulla compatibilità del cadavere ripescato al lago Trasimeno il 13 ottobre del 1985 con quello del gastroenterologo, saranno sentiti il 3 giugno prossimo, nell'ambito dell'udienza preliminare che vede imputate 22 persone per presunte irregolarità compiute in occasione del ritrovamento del cadavere del medico perugino.

Davanti al gup compariranno i consulenti del pm, il professor Giovanni Pierucci (che ha eseguito l'esame autoptico sul corpo di Narducci), il responsabile del Ris di Parma, colonnello Luciano Garofalo (autore della perizia antropometrica), e il medico legale Gabriella Carlesi. Per la difesa saranno sentiti Carlo Torre, Nello Balassino e Giuseppe Fortuni. Per la parte civile, infine, il professor Mauro Bacci e il dottor Massimo Ramadori.

Il gup ha anche respinto oggi l'eccezione di incompetenza territoriale che era stata avanzata dai legali di un altro degli imputati nel procedimento, il giornalista Mario Spezi. Tra le 22 persone per le quali il pubblico ministero ha chiesto il rinvio a giudizio anche familiari del gastroenterologo, pubblici ufficiali, appartenenti alle forze dell'ordine e altri soggetti. Nel fascicolo sono stati contestati a vario titolo 22 capi d'imputazione per reati quali falso, omissione d'atti d'ufficio, occultamento di cadavere e altri.

Tutti gli imputati hanno sempre respinto le accuse. La parte centrale dell'inchiesta riguarda una presunta associazione per delinquere della quale sarebbe stato promotore e organizzatore Ugo Narducci, padre del medico trovato morto. Il sodalizio avrebbe operato - secondo la ricostruzione accusatoria - dal giorno della scomparsa del gastroenterologo fino a dopo il luglio del 2004 per cercare di sviare gli accertamenti sulla morte. In particolare per evitare che si ipotizzasse un omicidio legato alle vicende del mostro di Firenze.

Secondo il pm Giuliano Mignini, Narducci sarebbe stato in qualche modo legato 'almeno' agli ultimi quattro duplici omicidi avvenuti in Toscana. I familiari di Narducci hanno sempre sostenuto, invece, che il medico era del tutto estraneo alle vicende del 'mostro di Firenze'.


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